Per sei mesi questa kermesse internazionale ha accentrato l’interesse planetario sul messaggio che ha, o meglio, avrebbe dovuto portare. Chi ha avuto la possibilità di visitarla si è trovato a conoscere e magari assaggiare cibi e specialità provenienti da ogni angolo della terra. Non era però necessario arrivare a Milano e fare ore di fila per poter avere questa opportunità. Infatti al giorno d’oggi possiamo trovare cibi e pietanze per così dire esotiche anche nei nostri supermercati. Non è certo difficile reperire cibi di cui fino a pochi anni fa ignoravamo addirittura l’esistenza. Sicuramente questa più ampia offerta alimentare è frutto anche di quella che viene chiamata globalizzazione oltre che del grande incremento sia in quantità che in velocità dei trasporti internazionali. Tale cosmopolita offerta è la logica conseguenza di una domanda sempre più ampia da parte dei consumatori che chiedono per curiosità o per “bisogno” ,spontanei o indotti, cibi di tutti i generi. La curiosità e il “bisogno” di nuovi cibi sono sempre esistiti e sono sempre state una delle conseguenze dei reciproci scambi tra i popoli, delle esplorazioni o delle conquiste di nuovi territori. Basti pensare al pomodoro, al mais, alla patata cioè cibi che nel vecchio continente non erano presenti e vennero “conosciuti” solo dopo la scoperta dell’America. Possiamo immaginare quale curiosità, quale voglia di conoscere, di assaggiare questi nuovi, sconosciuti cibi potesse avere l’uomo del 1500. E possiamo anche immaginare quale costo essi potessero avere inizialmente. Sicuramente almeno nei primi tempi successivi alla loro “scoperta” da parte degli europei il loro costo era esorbitante e quindi solo persone molto abbienti potevano avere il privilegio di cibarsene e la loro coltivazione era strettamente riservata. Era impossibile, vietato e perseguito coltivare questi cibi al di fuori delle tenute reali, nobiliari o ecclesiastiche. Tornando ai giorni nostri la curiosità, il bisogno di questi cibi nasce non già da conquiste o esplorazioni di nuovi, sconosciuti territori ma dalla conoscenza che ci viene offerta dalla grande varietà di mezzi di informazione. Quasi tutti i giorni su riviste, trasmissioni televisive ecc. compaiono notizie riguardanti l’alimentazione in generale. Si è per così dire bombardati da questa esplosione di programmi dedicati al cucinare, al cibo, alle diete. Se facciamo zapping in tv a qualsiasi ora del giorno possiamo vedere trasmissioni di cucina, di pasticceria, di dietologia ecc. Cosa ne consegue ? Una delle tante conseguenze è la richiesta da parte del consumatore di questo o quel cibo, condimento, bevanda ecc. La risposta del mercato è una. Rispondere a questa richiesta con un’offerta che oltre che soddisfarla la incrementa creando cioè ulteriore curiosità, ulteriore bisogno e ulteriore domanda mediante pubblicità, nuove trasmissioni ecc. Si sta però creando un grande problema che è legato alla disponibilità di cibo sia per una società iperalimentata come quella occidentale sia al resto del mondo che non è sicuramente iperalimentato ma è composto comunque da più di 5 miliardi di persone. Stiamo assistendo ormai da diversi anni a sforzi da parte dell’industria alimentare di sfruttare le varie scoperte in campo genetico, chimico per poter incrementare la produzione, aumentare la conservabilità, l’appetibilità di vari alimenti. Ormai da diverso tempo si parla, si legge di alimenti OGM e l’argomento suscita polemiche a non finire. Non è questo il contesto in cui parlare di questo argomento ma ne dobbiamo tener conto. Forse proprio perchè il nome OGM induce timore se non paura si sta determinando una ricerca o almeno l’apertura da parte dell’opinione pubblica a cibi diciamo non comuni, almeno per la società occidentale. Tali cibi tipo alghe, vermi ecc. la cui vendita, il cui consumo sembra verrà approvato dalla Comunità Europea dovrebbero o potrebbero rappresentare alimenti altrettanto nutrienti ma con un minor costo di produzione, una maggiore disponibilità e quindi costando meno una platea di consumatori più vasta. Speriamo però che il giorno che sui banchi dei nostri supermercati vedremo confezioni di alghe e vermi sia lontano. Dovremmo fare un grosso sforzo per accettare questo tipo di cibo sulle nostre tavole ma nel frattempo dobbiamo purtroppo fare i conti con le quotidiane notizie di cibi “taroccati”, adulterati. La necessità di soddisfare elevate richieste dal mercato, la ricerca di elevati margini di guadagno porta troppo spesso a mettere in vendita cibi non genuini. Basti pensare all’olio d’oliva fatto passare per extravergine italiano che non lo era affatto ma bensì mescolato con altri oli di minore qualità. Sopratutto nei piccoli paesi si è ancora abituati a consumare cibi che provengono dai nostri orti, dai nostri campi, dai nostri allevamenti e quindi alla genuinità ma si è, ogni giorno di più, costretti ad acquistare e cibarsi di alimenti che ci vengono per così dire imposti dal mercato che è dominato da multinazionali che in nome del profitto ci propinano alimenti “belli, saporiti, nutrienti” ma che in realtà molto raramente lo sono. La ricerca del profitto porta quindi ad una costante “ creazione” e “presentazione” di nuovi cibi che devono essere disponibili in grandi quantità e a costi accettabili. Se tale intento servisse effettivamente per poter eliminare la fame questi sforzi sarebbero sicuramente apprezzabili ma c’è comunque il sospetto, se non la certezza che il motivo primo sia la ricerca del profitto. Oltre a ciò è difficile pensare di accettare di buon grado un “bel piatto di vermi” e magari rinunciare a sapori che fanno parte della nostra tradizione e a cui il nostro palato è abituato. Ad esempio una fetta di pane su cui versiamo un vero olio ottenuto dalle olive raccolte sulle nostre colline.
Alessandro Battellini

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