AL DI QUA E AL DI LÀ DEL MURO

25 anni fa, il 9 Novembre 1989, crollava il muro di Berlino. Ognuno di noi ha scolpita nella propria mente l’immagine materiale dei ragazzi, degli uomini e delle donne che, a forza di picconate, demoliscono quell’ostacolo che per troppo tempo ha diviso un popolo.

Tale evento segna la fine del comunismo e delle contrapposizioni in blocchi a cui il paese fu sottoposto dopo la II guerra mondiale. Le prime manifestazioni concrete della Guerra Fredda, infatti, si ebbero già nel 1948, anno in cui, secondo gli accordi di Yalta, Berlino dovette essere suddivisa in quattro settori, ciascuno dei quali attribuito ad una potenza vincitrice.

A seguito di scontri si arrivò, nell’autunno del 1949, alla divisione della Germania in due entità statali: la Repubblica federale tedesca (governo democratico degli alleati) e la Repubblica democratica tedesca (governo comunista espressione del controllo politico e militare di Mosca). Ciò sancì la separazione definitiva tra Berlino Est e Berlino Ovest. Tale scissione culminò con l’erezione del “famigerato muro” nel 1961.

Nelle prime ore del 13 Agosto di quell’anno le unità armate russe iniziarono a costruire, sotto gli occhi esterrefatti degli abitanti di ambedue le parti delle città, quei centosessanta chilometri di cemento che divisero Berlino per quasi trent’anni. Famiglie separate, tagliate in due le strade fra casa e posto di lavoro, un popolo distrutto e coloro che prima erano concittadini divennero estranei, uomini vaganti in due opposte realtà e mondi troppo diversi.

Centinaia di persone cercarono di scavalcare quell’ostacolo non solo materiale, ma soprattutto concepito come barriera sociale e privazione delle libertà. Alla ricerca di quella libertà democratica, molti tedeschi del settore orientale morirono o furono catturati nel tentativo di passare ad occidente; il cordone di sbarramento intorno alla città, però, era custodito e fortificato, controllato da forze armate che avevano ricevuto l’ordine di impedire le fughe ed i transiti, anche a costo di imbracciare le armi ed uccidere.

“I soldati ricevettero l’ordine di sparare su tutti quelli che cercavano di attraversare la zona di confine che con gli anni fu attrezzata con dei macchinari sempre più terrificanti, come mine anti-uomo, filo spinato alimentato con corrente ad alta tensione, e addirittura con degli impianti che sparavano automaticamente su tutto quello che si muoveva nella cosiddetta STRISCIA DELLA MORTE”.

Innamorati, genitori e figli non potranno più riabbracciarsi o moriranno nel tentativo di rivedersi. Al di là e al di qua del muro due mondi e realtà diametralmente opposte.

Tante volte a scuola ho pensato a come un ragazzo, mio coetaneo tedesco, abbia potuto vivere quell’imposta divisione, quella limitazione della libertà, quella rabbia dettata dall’impotenza della rassegnazione.

Sicuramente la storia polarizza l’attenzione su accordi politici e manovre che hanno portarono alla costruzione del muro, ma singolare sarebbe ascoltare il racconto delle testimonianze di coloro che hanno vissuto tale dramma e che ricordano con chiarezza quel 9 Novembre 1989, IL GIORNO DELLA LIBERTÀ.

Quando quella sera di Novembre un portavoce del governo annunciò una riforma più ampia sulla possibilità di viaggiare all’estero, la gente di Berlino interpretò a suo modo il provvedimento: quella barriera di cemento doveva scomparire.

Migliaia di persone dell’Est, riversate in strada, si riunirono sotto il muro, ancora presidiato da truppe armate e, analogamente, i cittadini del settore occidentale attesero con trepidazione ed emozione. Nella confusione di quella notte qualcuno ordinò il ritiro delle truppe di presidio e, tra lacrime ed abbracci, gli abitanti della stessa città divisa si rividero dopo 28 anni.

Ora il popolo tedesco, a mio parere, è da ammirare: non si vergogna di sventolare la propria bandiera, simbolo di unità politica e territoriale. Tanti sacrifici si sono dovuti affrontare dopo quell’abbattimento, ma i cittadini si sono saputi rialzare.

Espressione dello sviluppo verificatosi è la stessa Berlino, oggi città dinamica ed estremamente moderna, ancora avvolta da quel fascino che guarda al passato con giudizio e verso il futuro con positività.

Per il quarto di secolo dopo la distruzione del muro, la capitale tedesca ha festeggiato ricostruendo idealmente la muraglia con dei palloncini luminosi. Al termine della cerimonia gli 8000 ballons illuminati lungo la traiettoria del muro sono stati liberati in volo e resi portatori di messaggi di pace e libertà.

Più volte, anche in tale occasione, è stata ribadita l’importanza della memoria, poiché proprio per mezzo di questa l’uomo potrà non commettere nuovamente lo stesso errore.

Il muro di Berlino è stato distrutto ma vive nella storia tedesca.

Allo stesso modo non si può dire di altri popoli, che si trovano ancora divisi da blocchi di cemento.

Sembra assurdo pensare che le merci, in virtù del libero mercato possano circolare ovunque, mentre per l’uomo in questa società sviluppata non sempre c’è posto; si erigono muri per impedire immigrazione e ai cittadini di alcune parti del mondo è permesso soltanto di rimanere entro i confini del proprio stato.

Allora dovremmo chiederci: quanto la collettività ha imparato dalla caduta del muro di Berlino?

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