Il muro è sempre stato metafora di una separazione, di una linea netta,
precisa, atroce, di demarcazione tra mondi. Sia nella storia dei popoli che nella dimensione privata . E nei cinquant’anni di guerra fredda si è delineata tra due grandi blocchi: da una parte Berlino ovest sotto l’influenza degli USA; dall’altra, Berlino est sotto l’influenza sovietica. Due mondi differenti per cultura, usi, stili di vita, economia e politica. Lì la libertà, i diritti umani inalienabili e indivisibili, lo sviluppo economico, il benessere lì l’oppressione, l’economia di sussistenza, la negazione dei diritti. Ancora una volta la storia ci ha consegnato una pagina umana di orrore e di dominio del più forte sul più debole. A separare i due mondi “la striscia della morte” muri di cemento armato legati dal sangue degli innocenti e non da malta; sorvegliati da cecchini che uccidevano chi agognava la libertà, l’evasione, la speranza e l’amore. E le tecniche che furono escogitate furono tra le più disperate e disparate: da quelle casalinghe come gettarsi nel vuoto da una finestra sperando di raggiungere la parte desiderata alla costruzione di gallerie o all’utilizzo della tecnologia. Fu per l’Europa ed il mondo il simbolo più crudele della guerra fredda fino a quando il risveglio delle coscienze e un pensiero illuminato non portò alla fine di un incubo durato ventotto anni. La libertà era stata conquistata e, come accade spesso nella storia del cammino dell’uomo, a prezzo di grandi sacrifici umani. Si era aperta la strada al dialogo e alle relazioni internazionali che hanno portato America e Russia a convivere nel consorzio politico-sociale.

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