La violenza sulle donne è un problema che si manifesta in diverse forme e una delle più terribili è l’aggressione con l’acido. In questo modo si genera del male fisico e psicologico ad un tempo; non si tratta infatti soltanto del dolore dovuto agli effetti della sostanza chimica, ma anche del disagio dovuto alle cure che devono essere praticate, al non riconoscersi più quando ci si guarda in uno specchio, alla possibilità di un futuro come emarginate… Non esiste conseguenza positiva in un attacco di tal genere, come del resto non esiste per nessun altro. Si può fermare tutto ciò? Probabilmente sì, anche se questo richiede rapidità nell’intervento, capillarità e soprattutto impegno da parte di tutti, sia donne che uomini.
Reagire sul piano della difesa materiale è una scelta limitata. È inutile dire che rispondere con altra violenza ingiustificata come vendetta equivalga ad abbassarsi allo stesso livello di ignoranza del precedente aggressore. Altresì, è chiaro che non esiste un metodo veramente efficace per impedire a una persona di portare con sé un flacone di acido nascosto. L’unica strada in questo senso è puntare molto su corsi di autodifesa per le donne. Questi non devono però avere l’obiettivo di formarle affinché attacchino i loro compagni per paura che facciano lo stesso, ma devono renderle capaci di avere un’ultima risorsa cui aggrapparsi se sono in pericolo pur rimanendo consce di ciò che fanno. Non si può negare che un attacco a sorpresa non lasci tempo per reagire in questa maniera, ma è pur sempre una possibilità in più. Ma se questo tipo di reazione può fare poco, non si può dire lo stesso per le azioni di prevenzione e formazione.
Uno dei primi punti della lista è incentivare l’azione degli psicologi per le relazioni coniugali, il cui contributo è spesso fondamentale per evitare il ricorso alla violenza in circostanze difficili. Numerosi devono essere gli interventi nei casi più travagliati e sull’orlo della crisi, ma non tanti di meno devono essere quelli a favore delle giovani coppie, anche non sposate. È fondamentale che fin dal principio si pongano le basi per una serena convivenza, che non venga intaccata da liti né distrutta dalle aggressioni suddette. Il secondo punto è la sensibilizzazione delle giovani generazioni. Se queste infatti sono messe a conoscenza della gravità di questi atti, se hanno la possibilità di capire quanto siano distruttive anche moralmente queste azioni, sicuramente le eviteranno. Allo stesso modo bisogna procedere con il resto della popolazione, che non deve restare indifferente a tale scempio. L’ultimo punto, ma non per importanza, riguarda quel che possiamo fare dopo le aggressioni. Chi è stato aggredito non deve rimanere escluso e anzi deve avere l’opportunità di ritornare a una vita quanto più possibile simile a quella precedente. Fondi benefici, luoghi come il caffè Sheroes di Agra, comunità di sostegno… perché le vittime sono ancora donne, la loro dignità non verrà mai scalfita e la loro anima non morirà per l’acido. Dare loro una mano, non solo riaccenderà le speranze, ma porterà tutti noi a renderci conto dell’insensatezza di questi attacchi e imparare a disprezzarli.
Insomma, per combattere le aggressioni con l’acido, è fondamentale che la guerra sia soprattutto a livello psicologico. Solo una mente malata può concepire la violenza come soluzione, ragion per cui dobbiamo attivarci e ostacolare ogni possibilità di pericolo. Nessuna donna merita di essere sfregiata dall’acido. Evitiamo che le nostre coscienze e quelle altrui vengano corrose dagli stessi acidi che un giorno potrebbero rovinare la vita del prossimo.

1 Comment
  1. miristella 7 anni ago

    L’articolo, nonostante possa risultare lungo,

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