Per tutte le violenze consumate su di Lei, per tutte le umiliazioni che ha subito, per il suo corpo che avete sfruttato, per la sua intelligenza che avete calpestato, per l’ignoranza in cui l’avete lasciata, per la libertà che le avete negato, per la bocca che le avete tappato, per le ali che le avete tagliato, per tutto questo: in piedi, Signori, davanti ad una Donna.
(William Shakespeare)

La violenza, e più nello specifico quella sulle donne, è del tutto condannabile, assolutamente incomprensibile e deplorevole per colui o colei che compie questo atto bestiale.
Molto frequentemente si parla di questo tipo di sopruso come un’abitudine da parte dell’uomo e il più delle volte, pensando ai fatti di cronaca, alle discutibili trasmissioni televisive che mettono a nudo le disperate situazioni di donne picchiate, abusate e uccise da una figura maschile, si tende ad accreditare una figura femminile estremamente debole, illusa che il marito, o in generale il compagno, la ami, le sia affezionato, incapace di lasciarlo, di interpretare i sintomi di una relazione malata, egoista e, alcune volte, mortale.
Credo, quindi, che la domanda più adeguata sia non tanto “Come difenderle?” ma “Come possiamo noi donne difenderci?” Credo che già il fatto di dover essere difese da qualcuno, ci ponga a un livello di inferiorità, in una posizione tale da doverci affidare ad un’altra persona che si occupi della nostra sicurezza e, nel caso in cui questo riferimento ci deluda o ci tradisca, incontreremmo ulteriori difficoltà a separarci in modo definitivo da esso. Il più delle volte, infatti, cerchiamo scusanti e motivazioni che in realtà non devono essere cercate, né tanto meno accettate. Come possiamo prevenire questa dipendenza? Come possiamo educare le altre persone al rispetto delle donne, se noi stesse ci valutiamo così poco da percepire la necessità di aggrapparci ad un’altra persona per sentirci al sicuro?
È una lotta, una lotta che noi stesse dobbiamo vincere; possiamo anche essere aiutate da uomini che riconoscano nella figura della donna un’elegante dignità e un’infinita perseveranza; non dobbiamo dimenticare, però, che la vita è la nostra e nessuno può difenderla meglio di noi stesse.
Credo che occorra prendere coscienza di ciò, riconoscere il nostro valore, la nostra forza che finora è restata nascosta. Dobbiamo educare alla non violenza nei confronti delle donne, dobbiamo annullare la necessità di difesa e la necessità di una figura a cui aggrapparsi.
Attraverso l’istruzione tutto questo è possibile; lasciando spazio anche a quegli argomenti che non rientrano nei programmi ministeriali possiamo educare le generazioni future a “non toccare la donna neanche con un fiore”, possiamo far comprendere alle donne che, se vogliono, possono difendersi loro stesse da quel fiore, senza qualcuno che lo spezzi per loro.
Nella mia esperienza non ho mai avuto modo di affrontare questo discorso a scuola e probabilmente non ho mai compreso a fondo i modi in cui io posso difendermi dalla violenza, ma so che parlarne potrebbe aiutare a far capire alle persone che questo problema è una realtà drammatica.
Mi chiedo quindi, in che modo noi ragazze possiamo affrontare queste situazioni, in che modo possiamo essere certi di educare gli studenti a ripudiare questo tipo di comportamento. La scuola, per quella che è ora, non può ritenersi una palestra di vita, a mio parere è semplicemente un luogo grigio, un luogo dove gli studenti vengono ingozzati di sapere teorico, molto utile in ambito culturale, ma altrettanto inutile in momenti di difficoltà. Ad ogni ragazza dovrebbero essere offerti spunti, occasioni e attività che la facciano sentire sicura di sé, ogni ragazza dovrebbe sapersi difendere e questo insegnamento dovrebbe essere offerto dalla scuola in primis. Ogni ragazzo dovrebbe comprendere che la donna non è un oggetto, non è una figura su cui scaricare la propria brutalità.
Dovrebbero essere presentati esempi di tenacia e di orgoglio, come Dolly, ragazza di 15 anni, sfregiata con acido da un pretendente, la quale, non si è fatta intimorire, ma si è adoperata per continuare la sua vita e la sua carriera di stilista; come Lucia Annibali, avvocatessa, che sta cercando di sensibilizzare il suo paese, dopo essere stata sfregiata con l’acido da un ex fidanzato; come Cécile Kyenge, ex ministro dell’integrazione italiana, che ha dovuto sopportare continui insulti razzisti e sessisti da parte dei suoi colleghi; come Reshma, ragazza indiana che offre lezioni di trucco su Youtube dopo essere stata sfigurata dall’acido, ricordando sempre a coloro che guardano il video di sottoscrivere la petizione che sta portando avanti contro la vendita libera di queste sostanze distruttive; come tutte coloro che riescono a farsi aiutare, a parlare nonostante l’umiliazione subita che, per quanto mi riguarda, non dovrebbe essere un sentimento provato dalla vittima ma dalla bestia.
Ecco, quindi, che portando avanti questi esempi dignitosi si potrebbero costituire una consapevolezza e un amor proprio che porterebbero le donne a credere in loro stesse, a comprendere che non serve necessariamente affidarsi ad un’altra figura per sentirsi sicure e protette. Da parte della società, credo che ci sia la necessità di non sottovalutare questo aspetto andando a educare la popolazione ulteriormente al rispetto della donna in tutte le sue diversità.

0
0 Commenti

Lascia un commento

CONTATTACI

Hai una domanda? inviaci una e-mail e ti risponderemo al più presto.

Il Quotidiano in Classe è un'idea di Osservatorio Permanente Giovani-Editori © 2012-2021 osservatorionline.it

Effettua il login

o    

Hai dimenticato i tuoi dati?

Crea Account