La violenza sulle donne non ha confini geografici, non ha religione, non ha colore della pelle. Non risparmia nessuna nazione, paese e città, non risparmia ceti sociali, né credi. Adocchia un solo sesso: quello femminile. Quello che da sempre è stato ed è, probabilmente, il sesso debole. Debolissimo soprattutto nell’ area geografica indiana dove casi di sfiguramento del volto sono all’ordine del giorno. Sonam, Rita, Laxmi e Chanchal. La lista potrebbe continuare. Diversi nomi? Un unico destino. Ma è aberrante soprattutto venire a conoscenza che lo sfiguramento non conosce il sesso del carnefice: anche le donne ne sono artefici nei confronti del loro stesso sesso. Questione di disuguaglianza di genere o di discriminazione sociale se a commetterlo è un uomo? O questione di invidia, gelosia e di autorità se a commetterlo è una donna? Difficile è stabilirlo. Spesso ad essere colpite sono soprattutto quelle donne che hanno trasgredito norme radicate nel loro tessuto sociale. La vittima può essere sfigurata per aver pronunciato un semplice “ no” ad avances, ad un marito violento, ad un pretendente respinto, a una matrigna che vuole liberarsi di una “lei” o, per aver rifiutato una proposta di matrimonio. In Pakistan, secondo la fonte Acid survivors foundation, addirittura vengono colpite adolescenti con meno di diciotto anni. Il furto dell’infanzia e della adolescenza dell’anormalità nella normalità. Come se a diciotto anni ci si potesse sposare . E per noi europei questo è impensabile. Pare, però, che tentativi di arginamento del fenomeno stiano decollando da parte della Corte Suprema che chiede al governo indiano di regolamentare in modo rigido la vendita dei prodotti chimici nei supermercati. Sebbene, per noi, la questione non è imputabile alla vendita di prodotti. Più che altro è una questione di status e di ruolo sociale e civile della donna nella società indiana. Storia di diritti traditi e di libertà negata. Un attentato all’umanità. Una lezione che serve per tenere al proprio posto la donna. In un posto di subalternità. Finalmente dall’India giunge un grido: quello dell’ affrancamento da una condizione che ha dell’impensabile e dell’oscurantista. Centinaia di associazioni femminili lottano in questo senso. Ed un tributo efficace è stato offerto proprio dalle donne sfigurate dall’acido che in India hanno dato vita alla nascita di un bar: Sheroes Hangout. Un’opportunità culturale e sociale tutta al femminile rivolta a tutte le donne il cui volto e, dunque, la propria identità è stata selvaggiamente rubata. Un’opportunità di sensibilizzazione delle coscienze indiane per scongiurare l’uso dell’acido contro le donne da parte degli uomini o, di quelle donne che le considerano un oggetto da distruggere. Viva l’emancipazione in ogni angolo remoto della Terra. Questione di civiltà.

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