Era fine estate e mi stavo preparando per ricominciare gli allenamenti di calcio: non vedevo l’ora. Correvo sul sentiero, nel bosco davanti a casa facendo ben attenzione a dove mettevo i piedi per non inciampare. Tutto preso dalla mia preparazione alla corsa, stavo per raggiungere il torrente, da dove in una decina di minuti avrei raggiunto la mia casa, quando ebbi la sensazione che qualcuno mi stava osservando. Mi voltai ma non vidi nessuno. Raggiunto il torrente, però, rimasi quasi impietrito per lo spettacolo che si presentò ai miei occhi: nel prato dall’ altra parte del rigagnolo c’era un oggetto che assomigliava ad un grande piatto rovesciato. Rimasi per un attimo attonito a guardare, quando mi sentii sollevare da robuste braccia. Due “uomini” in tuta grigia, e casco da motociclista, mi stavano trasportando verso l’oggetto sconosciuto. Avrei voluto urlare e dibattermi, ma la paura mi paralizzava e non ebbi la forza di reagire in alcun modo. Mi portarono all’ interno di quella specie di disco, e dopo qualche attimo un “uomo” alto dai capelli chiari, anche lui con la tuta grigia, sorridendomi mi disse che non dovevo avere paura perché nessuno mi avrebbe fatto del male. Ero preoccupato perché, convinto di essere stato rapito, pensavo che i miei genitori, non essendo ricchi non avrebbero potuto pagare il riscatto che sarebbe stato richiesto per la mia liberazione. Ma quel signore, come se leggesse nei miei pensieri, mi rassicurò, promettendomi che mi avrebbe fatto tornare a casa nel giro di pochi minuti. Incominciò così a raccontarmi che veniva da un altro pianeta, molto lontano, oltre il sistema solare, e che era in missione sulla Terra per controllare da vicino il comportamento degli uomini. Parlava calmo in modo convincente e nella nostra lingua. Parlava di argomenti che non comprendevo minimamente: sosteneva che la loro civiltà era più antica della nostra e che loro avevano raggiunto un grado di evoluzione così elevato che gli uomini neanche potevano immaginare. Già da tanto tempo stavano osservando il comportamento degli uomini, e finalmente avevano deciso di raccogliere delle testimonianze dirette. Perciò mi pregavano di rispondere ad alcune domande che intendevano pormi. Passato il grande spavento, domandai perché avevano scelto proprio un ragazzo, e non una persona adulta. Mi spiegarono che non avevano bisogno di grandi pareri, ma di risposte semplici e sincere, quali solo un ragazzo poteva dare. Mi fece delle domande che non avrei mai pensato, ad esempio sulla scuola, sui metodi di istruzione e sui rapporti con i miei simili. Infine raccontò che loro non volevano guerre, non si “dividevano” in ricchi e poveri, tutti lavoravano in pace e fraternità, tutti avevano il proprio “lavoro”, il proprio compito da svolgere, tutti si sentivano parte della comunità, tutti si sentivano importanti. Non erano giunti sulla Terra né per distruggerci né per sottometterci, anche se avrebbero potuto farlo con molta facilità.
Luca Mancini

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