Ogni volta che parliamo di tecnologia, di virtuale, di realtà digitale o anche solo di smartphone, all’istante non possiamo che pensare al mondo social e quindi a tutte quelle piattaforme più o meno conosciute tra le quali spicca da tempo un quartetto di testa esemplare, in cui al fianco dei senatori Facebook e Youtube figurano ormai altre due realtà, Whatsapp e Instagram, meno longeve delle prime, ma altrettanto apprezzate e utilizzate. In effetti studi di ordine statistico, sociologico, addirittura antropologico e politico (molto interessanti le ancora vergini analisi circa l’influenza di questi servizi su elezioni e informazione) concedono ampio spazio a delle individualità, che seppur di grande rilievo, costituiscono appena una minima parte dell’immenso universo cresciuto in rete. I quattro titoli sopracitati rappresentano dunque la sommità dell’iceberg, certamente la punta di diamante del sistema nella sua interezza, nomi altisonanti e familiari che fanno ormai parte della quotidianità di ognuno di noi e senza i quali sarebbe difficile immaginare una giornata tipo… tuttavia la dipendenza da questi inseparabili compagni di viaggio si sta allargando a dismisura, tanto in termini di unità coinvolte quanto riguardo le circostanze interessate dal processo, concretizzando pertanto un ventaglio smisurato di App che difficilmente si poteva pronosticare all’alba della Rivoluzione digitale. Se poi consideriamo ardua l’impresa di prevedere una così massiccia proliferazione di applicazioni, definire impossibili simili congetture circa l’impatto che queste avrebbero avuto sulla nostra ordinarietà sembra quasi un eufemismo. Dopotutto ci saremmo mai aspettati che il non poter accedere a un’App equivalesse a l’essere tagliati fuori dal mondo, o che il malfunzionamento di questo o quel programma ci impedisse di sapere cosa cucinare per cena? Molto probabilmente no, tuttavia è il naturale pegno che il progresso, a qualsiasi livello, riscuote come contropartita per i benefici concessi, malgrado la sovrabbondanza disorientante di tali presidi e l’assuefazione silente stiano convincendo molti a credere che il gioco non valga la candela. In un’Era che concepisce lo smartphone come un’appendice del nostro corpo, un organo si esterno, ma vitale a tutti gli effetti, limitare la fruizione o anche solo la sperimentazione di sistemi innovativi e curiosi per ogni attività (dal lavoro al tempo libero, dalla cucina al benessere ecc.), vorrebbe dire privarsi di una parte di noi stessi, o quantomeno ostacolarla: se avessimo un fegato che oltre alle sue naturali funzioni riesce a svolgere attività a noi utili in modo preciso e poco dispendioso, perché non dovremmo volerlo? Allo stesso modo le miriadi di App che ci assistono durante ogni gesto, da mattina a sera, sono sostegni duttili e dinamici, a volte sciocchi o inutili certo, che però possiamo scegliere di adoperare o meno secondo le più svariate e capricciose esigenze, motivo, proprio questo, della molteplicità/futilità spesso denunciate. Arginare un fenomeno dalle proporzioni attuali, di cui stiamo pian piano prendendo consapevolezza, o anche solo modificarne i connotati, è pressoché impensabile: sviluppo è sinonimo di miglioramento e per natura, per istinto, ciò che è migliore viene adottato a dispetto dei piccoli inconvenienti collaterali. Quella delle App è perciò un’ascesa che difficilmente incontrerà lungo il suo cammino freni di alcun genere, ma che anzi è destinata ad affermarsi con maggior convinzione persino in settori ad oggi estranei, causando con ogni probabilità un’influenza sociale assai più decisiva di quanto non lo stia già facendo ora.

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