Le emoji non sono ventisei, come le lettere dell’alfabeto, né cinquanta o sessanta, come l’alfabeto più i principali segni convenzionali e di punteggiatura. Le emoji di limiti non ne hanno proprio, la loro babele è costitutiva. A volte sono mutuate da altre culture (come quella giapponese), a volte sono di origine misteriosa. Di fatto consentono spesso interpretazioni del tutto personali. Delle figure hanno la variabilità non convenzionale; della scrittura hanno la dimensione minima, che invita a metterle in sequenza. Se prevale l’aspetto convenzionale, possono comporre rebus; se prevale quello iconico, interpretarle diventa come ricostruire una storia partendo da una sequenza di immagini. Arriveremo presto al punto in cui ognuno potrà disegnare le proprie emoji, ovvero scegliere la forma esteriore della propria emozione per accompagnare quando non addirittura sostituire le parole. La fatica di potenziare queste ultime (e far loro esprimere quello che nessun vocabolario può garantire esprimano) sarà lasciata agli scrittori, che in Leopardi trovano il miglior esempio di quanto il linguaggio possa essere preciso a proposito di ciò che è “vago”, come le stelle dell’Orsa. Le argute rappresentazioni grafiche di tutti gli altri cercheranno di ovviare al fatto che ogni sorriso, come ogni broncio, è sostanzialmente ineffabile. Vuol dire qualcosa ma, oltre a questo qualcosa, rimane qualcos’altro che ogni sorriso o ogni broncio vuole non dire. Delle mie emozioni posso darti solo il nome, o una pallida idea, non di più.

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1 Comment
  1. Osservatore 3 anni ago

    Ciao, ci siamo resi conto che il tuo post

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