È importante asserire, nella controversia dell’efficacia o pericolosità o meno delle emoticon nella comunicazione, il fatto che i messaggini telefonici non presuppongono dalle loro origini una buona scrittura. La caratteristica principale del texting telefonico si ha infatti nell’immediatezza, nella concisione e brutalità delle risposte, in caratteri scarni che sottendono un’espressione gergale magari. Questo metodo di comunicazione non trova tempo né voglia alla buona scrittura, alla ricerca delle giuste espressioni, alla complessità di un periodo ricco. Questo tipo di comunicazione può essere ritenuta da alcuni spietata magari, persino infantile a tratti ma trasmette, nel procedere veloce e immediato del discorso, spesso in coppie disomogenee e magari senza apparente senso logico di emoticon, reazioni istantanee e colorate, che potremmo esprimere solamente dal vivo tramite l’espressione facciale del nostro viso, un meraviglioso campione di emozioni tipicamente caratteristico della comunicatività fisica umana. Basti pensare per esempio di aver appena ricevuto un messaggino sconvolgente, la vostra espressione stupita allo schermo del telefonino dovrà combaciare similmente alla vostra risposta scritta, ovviamente scrivere “sono meravigliato” renderebbe il mandatario confuso e amareggiato da tanta fredda reazione, invece aggiungere una faccina ad occhi spalancati dallo stupore renderebbe l’idea della nostra reazione molto bene, ovviamente nelle possibilità della comunicazione virtuale, di gran lunga più carente di reali emozioni di quella fisica. Il punto snodale si trova nel fatto che la buona scrittura è si capace di trasmettere grandi sentimenti, ma non quando si presenta nelle forme e nelle modalità della messaggistica, non quando deve scontrarsi con la necessità di brevità e comprensione diretta, al primo fugace sguardo di screen. Ciò che ci da la parvenza di comunicazioni reali, che ci fa dimenticare la cerebrale freddezza dello scambio di opinioni, è proprio lo stimolo visivo delle emoticon, che, nonostante possibili malintesi, ci permettono di leggere i messaggi di testo con la giusta intonazione, raffigurandoci l’espressione del viso della persona con cui stiamo chattando. Non sempre la scrittura è bastata, nella storia della letteratura, nel suo valore meramente scritto e nel suo significato semantico complessivo, talvolta sono stati necessari degli elementi visivi come nell’uso del calligramma, che calamitassero l’attenzione del pubblico sul soggetto del testo letterario suggerendone l’immagine. Perciò l’elemento visivo, nella sua funzione ausiliare alla scrittura, molto spesso viene giudicato nel modo sbagliato da antropologi e filologi che ritengono l’impiego di emoji un’involuzione, anche nelle capacità dell’individuo, della scrittura. Ciò che tende ad essere trascurato è il fatto che questo linguaggio visivo non viene impiegato in sostituzione alle parole scritte, bensì come complementare comunicativo in un dialogo virtuale, per riprodurre le dinamiche di una conversazione reale. I prodotti testuali scarni della messaggistica non devono essere intesi come un’incapacità nella scrittura, bensì un adattamento a requisiti di immediatezza e concisione, così come la colloquialità dialettale del parlato tra amici deve essere scissa dal parlato in occasioni e sedi importanti, quali una relazione pubblica. Un dato rilevante che mi è capitato di riscontrare è l’uso smodato di faccine soprattutto, incredibilmente, tra le persone più adulte. L’esempio più vicino a me è quello di mia madre, che impiega le emoticon in larga misura per comunicare; lei, che ha sperimentato relativamente tardi l’avvento della telefonia e dei nuovi metodi di interazione, rimane stupita di fronte all’ampia scelta di faccine e simboli per ogni occasione, percependone la forza comunicativa. In conclusione le emoticon sono suggestioni visive rilevanti, che ovviamente non possono e non potrebbero sostituirsi alla potenza narrativa della buona scrittura, ma che costituiscono l’unica possibilità concreta di comprensione nella messaggistica e, perché no, forniscono anche la giusta dose di leggerezza alle nostre conversazioni.

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