Nacquero di fatto nel 1982 per conto di un documento scritto da un informatico di nome Scott Fahlman che proponeva di utilizzarli per migliorare la comprensibilità dello stato d’animo celato in una determinata frase. Il loro utilizzo, però, scoppiò con la nascita dei social nei primi anni 2000. Stiamo parlando di qualcosa che è a noi molto comune e banale: gli emoticon. La tecnologia fa passi da gigante e oggi ce ne sono infatti tantissimi, vengono utilizzati in moltissimi contesti e fanno ormai parte del nostro linguaggio quando chattiamo. Tale forma di comunicazione è stata tuttavia presa in analisi da parte del presidente dell’accademia della Crusca il quale ha rivelato alcuni diversi problemi. Spesso il significato di queste faccine può essere confuso e mal interpretato. A volte ne escono fuori abusi che portano se non altro a peggiorare, o per meglio dire, allontanarci da un corretto uso della nostra lingua che sta alla base dell’interazione sociale. Inoltre essi sono piccoli ed è assolutamente inviarne uno al posto di un altro. E’ già successo diverse volte. Il problema è assai diffuso in moltissime zone del mondo, soprattutto quelle sviluppate. L’Italia, ovviamente, non fa eccezione. Sempre secondo lo stesso presidente della Crusca, gli emoticon vanno bene, ma non potranno mai e poi mai sostituire il linguaggio scritto. In effetti come biasimarlo… Queste forme di “linguaggio moderno” non devono sopraffare la vecchia, comoda e pratica scrittura che è già fino troppo colloquiale, piena di abbreviazioni e di usi scorretti della grammatica italiana. Faccine gialle che ridono, che piangono, che baciano, che urlano e che vomitano… Vanno bene, ma non troppe!

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