Ore 9: mi trovo al centro di accoglienza di Mascalucia, struttura in provincia di Catania ospitante due dei soli quattro minori scampati alla memorabile e ormai celebre vicenda delle centinaia di migranti africani che hanno perso la vita inabissandosi al largo del Mediterraneo la fatidica notte tra il 18 ed il 19 aprile. L’intervista ad uno dei ragazzi bengalesi ospiti nel centro per conto dell’emittente televisiva di cui sono dipendente si sarebbe in realtà dovuta affidare ad un mio collega giornalista per seguire gli sviluppi dell’inchiesta aperta riguardo la strage. Tuttavia il giorno in cui inaspettatamente mi è stato comunicato il compito di dover sostituire il mio collaboratore non ne fui particolarmente lieta: respingevo fortemente l’idea di dover porre delle domande a qualcuno, per giunta così giovane, da poco scampato alla morte e ad una simile sciagura di cui egli stesso di certo angosciosamente si interroga ogni giorno. Eppure eccomi qua, sebbene ancora adesso ritorni nella mia mente tale pensiero che spero non giunga a prevaricare l’intento professionale e dunque il necessario prosieguo delle indagini per la giusta inchiesta. Si entra dunque, con un gruppo di altri giornalisti, nella stanza dove il povero ragazzo è seduto. Si alza un attimo: è notevolmente alto per la sua età (non avrà neanche diciassette anni), snello, sebbene il suo fisico emani ugualmente una certa sensazione di forza, nonostante il trauma subito. Non oso comunque guardargli gli occhi, forse per l’eccessivo timore di vedere in essi il dolore e di questa mia debolezza, per nulla al mondo paragonabile a ciò che egli ha dovuto vedere. Per tutta la durata dell’ interrogatorio evito di alzare lo sguardo tentando di concentrarmi esclusivamente sui miei appunti, sebbene ciò che scrivevo non poteva che acuire il peso che avevo in petto, in quanto non era umanamente possibile non notare e comprendere le parole che la mia penna freneticamente ed in maniera compulsiva tracciava su quel foglio che ancora oggi conservo. “Quando il nostro barcone si è scontrato contro la nave, ci siamo spaventati, tutti siamo corsi verso la prua, e così si è prima inclinato e in cinque minuti si è inabissato. Mentre andavamo giù con l’acqua che ci travolgeva sentivamo le grida dei nostri fratelli chiusi a chiave nella stiva…” . A queste parole, cominciando a sentire qualcosa nella secca gola, deglutisco impulsivamente e l’attimo di silenzio che in seguito vi è appare inaspettatamente interminabile, sebbene inizialmente credessi che una breve pausa potesse alleviare il peso al petto. Finalmente l’interprete interrompe tale snervante attesa ricominciando a tradurre flemmaticamente le parole proferite dal ragazzo che tenta di eguagliare con gran sforzo il tono distaccato del traduttore: “Sono caduto in mare e sono rimasto per oltre mezz’ora in acqua prima che mi lanciassero una fune alla quale mi sono aggrappato. In mare c’era tanto buio e in acqua persone ovunque, tanta gente disperata. A salvarmi è stato un marinaio filippino”. Ora anche lo stesso rumore della penna sul foglio diviene insopportabile. Allontano per un istante il colletto che sembra stringermi la gola in una morsa, ma il sollievo non accenna a venire, persino il cuore comincia ad accelerare il battito e, mentre la mia mente è inevitabilmente pervasa dall’immagine del ragazzo nella strenua lotta contro l’annegamento, asfissiante come tale momento lo era per me, in maniera involontaria e quasi impercettibile incontro il suo sguardo: occhi di pece che sembrano stranamente riproporre la stessa forza che prima ho notato nel suo fisico, mostrano una precedente vivacità intaccata però da un alone di sofferta rassegnazione. Sembra che io li abbia già visti prima, sono stranamente familiari… ma certo, assomigliano agli occhi di mio figlio Nicola. D’altronde hanno all’incirca la stessa età. Se non fosse per quell’ombra che ha invaso lo sguardo del ragazzo bengalese giurerei la grande somiglianza. Ad un tratto mi sembra persino quasi di rivedere mio figlio seduto di fronte a me ma questa sensazione non fa che peggiorare notevolmente il mio stato poiché lo rivedo protagonista delle stesse scene che fino ad un istante prima avevo a stento trascritto. Nicola che si dimena tra le onde e rischia di soffocare ad un momento all’altro: mi alzo, la penna e gli appunti cadono e mi ritrovo inconsciamente ad abbracciarlo. Non avevo notato che i miei occhi nel frattempo si fossero riempiti di lacrime e non appena tutto ritorna nitido rivedo il ragazzo bengalese abbozzarmi un sorriso stupito, tra l’incredulità di tutti i presenti, persino dell’interprete che aveva appena cessato di tradurre. Rinvengo in me, ma ora davvero tutto è più chiaro e nitido ai miei occhi: perché una simile sventura aveva potuto macchiare di dolore proprio gli occhi di quel ragazzo che come Nicola deve al contrario avere il diritto ad un futuro sicuro e garantito davanti a sé? Vi è forse differenza tra i due? È davvero tale dirompente avvenimento qualcosa di lontano, che non può tangere gli animi di chi non desidera essere travagliato da ulteriori preoccupazioni oltre a quelle quotidiane ritenute sufficienti? I numeri dei decessi, seppur ripetuti alla stremo, non sono neppure captati dalla propria mente, focalizzata in altro. Infatti essi, esattamente come le parole, non possono essere sufficienti a descrivere realmente il dramma affrontato in prima persona da tali uomini, gli unici davvero in grado di comprenderne lo straziante dolore e l’atrocità. A volte tuttavia uno sguardo può fornire un maggior numero di spiegazioni di ciò che ci si aspetti ed è per tal ragione che ho fermamente deciso di adottare quel ragazzo bengalese che, possedendo con sé l’unica certezza della speranza al momento in cui salpò dalla propria terra natia, non può vedersi privato anche di essa, di un degno futuro per uno spirito guerriero come il suo, meritevole soltanto di una onorevole navigatio vitae.
CORSETTI SAMANTA

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