Con l’utilizzo dei social network e dei programmi di instant messaging, il modo di comunicare, soprattutto dei giovani, è decisamente cambiato da quello dei nostri nonni. Le lettere scritte con bella grafia e su carte pregiate sono state sostituite da migliaia di messaggi che, utilizzando nuovi vocaboli o abbreviazioni, sintetizzano interi discorsi in poche righe. La notizia che in Inghilterra il Ministero dell’Istruzione abbia vietato, o meglio limitato, l’uso dei punti esclamativi ha accentuato l’attenzione sulla questione della “buona scrittura” delle nuove generazioni. Come sempre si sono create due fazioni: quella che sostiene che i giovani non sappiano più scrivere, e quindi che sia giusto imporre delle regole, e quella di chi invece la pensa diversamente. Come spesso accade, forse la “ragione sta nel mezzo” e bisognerebbe distinguere la scrittura per questioni formali o ufficiali da quella per interagire con gli amici. Molti ragazzi sanno scrivere benissimo ed in modo formalmente e grammaticalmente corretto, ma nella comunicazione con gli amici usano un linguaggio molto meno formale e magari comprensibile solo a loro: in tal caso, l’uso della punteggiatura è indispensabile per rendere meglio, e soprattutto sinteticamente, l’emozione che si vuole trasmettere all’ interlocutore. Troppo impegnativo riuscirci tramite la scrittura ridotta a poche righe! A conferma di ciò, vedasi la diffusione di emoticons, le faccine che esprimono stati d’animo, proprie di questi messaggi, comoda scorciatoia di fronte alla complessità espressiva e linguistica.

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