E-mail ricevute fuori dall’orario di lavoro, così come telefonate e messaggi che costringono troppi lavoratori a mettere in stand-by la propria vita privata. Oggi non si tratta più, semplicemente, di”portarsi il lavoro” a casa. Oggi lo schermo del cellulare che lampeggia mentre siamo al cinema che ci fa perdere la scena clou del film per rispondere al messaggio del capo viene descritto come “tecnostress”. Una parola nuova per un fenomeno non poi così nuovo. Il termine “technostress” viene coniato nel 1984 da Craig Brod, e con questo si intende lo stress indotto in chi si utilizza spesso le tecnologie informatiche. A partire dal 2007 il tecnostress viene riconosciuto come una malattia professionale. Quando il lavoro si intromette nel tempo libero di cui, inevitabilmente, tutti abbiamo un bisogno fisico i sintomi di disagio non tardano a manifestarsi. Anzitutto, diventa molto frequente non essere appagati né della propria attivitá lavortaiva né tantomeno della propria vita privata: la causante di una gran parte dei divorzi parte proprio dal fatto che uno dei due coniugi dedichi troppo tempo al lavoro pittosto che alla famiglia. Non si puó parlare di una particolare specie di “sfruttamento del lavoratore” poiché rispondere ad un telefonata all’ora di pranzo potrá di certo suscitare un minimo di fastidio, ma assicurerá il rispetto di tutti diritti umani fondamentali al lavoratore. Si può notare anche il fatto che i contratti di lavoro non si esprimano sulla possibilità di venir seccati da questioni lavorative anche quando si è in vacanza. È una possibilità di cui bisogna tener conto. In Francia peró, viste e considerate le numerose assenze dal lavoro e l’abbassamento della produttivitá causate dal tecnostresss, rendere il lavoro e il tempo libero due rette parallele è diventato un diritto del lavoratore. E in Italia? Il tecnostress, dal 2007, rientra nell’obbligo di valutazione dei rischi ai sensi del Testo unico sulla sicurezza sul lavoro, ma non esiste una legge che tuteli effettivamente i tecnostressati dai messaggi dell’azienda alle 3 di notte. Sarebbe un grande passo avanti per i lavoratori italiani porre dei limiti nei contratti di lavoro: se venisse specificato il fatto che potrebbe essere possibile dover sacrificare il proprio tempo libero per ottenere un aumento, forse ci faremmo tutti due conti primi di accettare la proposta di lavoro. Certo, chi dimostra di farsi in quattro per svolgere al meglio il proprio dovere merita di essere premiato, ma ció non significa dover votare, interamente, la propria vita al lavoro. Il diritto alla disconnessione renderebbe i lavoratori piú felici, rilassati e sicuramente piú produttivi, in grado di potersi godere un film senza interruzioni o andare in vacanza senza le interminabili telefonate del proprio capo.

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