Siamo il Paese più bello del mondo. Non si stancano di ripetercelo i politici, mercanti
d’illusioni. E allora lo ripetiamo a noi stessi: siamo il Paese più bello del mondo.
Ce lo ripetiamo ossessivamente, a ogni nuovo scempio. Ce lo ripetiamo ma non è vero.
Non è vero che l’Italia sia il Paese più bello del mondo perché la bellezza è (anche)
nell’occhio di chi guarda e tanti, troppi di noi italiani non hanno più occhi per vederla.
L’Italia, il Belpaese. Da molto tempo la bellezza è al centro del nostro processo di
costruzione dell’identità nazionale, delle retoriche pubbliche sul nostro destino comune e
dello stereotipo cui ci inchioda l’immaginario globale. Eppure, mai come oggi, quello della
vocazione alla bellezza rischia di essere un immenso, perfido equivoco. Il cliché del Paese
della «grande bellezza», autorevolmente rilanciato dal grandioso film di Paolo Sorrentino,
rischia di condannarci all’inferno minore dei belli e sciagurati, al contrappasso per nulla
dantesco di un uso puramente decorativo della bellezza o, peggio, di un suo semplice
sfruttamento mercantile. Ci vantiamo di detenere quote esorbitanti del patrimonio artistico e
culturale mondiale ma, pur avendo ideato il moderno concetto di tutela, non lo tuteliamo a
dovere. Peggio ancora: non lo conosciamo, non lo onoriamo, non lo amiamo.
Il nostro patrimonio archeologico, la cui vita residua è scandita da saccheggi e da crolli,
scivola verso lo stato di rovina definitiva; le nostre principali città d’arte agonizzano,
tramortite da orde di turisti che ne negano la vita civica; le nostre scuole sacrificano all’idolo
sciocco dell’alternanza scuola-lavoro la trasmissione del nostro patrimonio culturale
immateriale. Di questo passo, equivoco dopo equivoco, molto presto tutto il nostro grande
passato ci avrà dimenticati.
Prendiamo Venezia, la più bella città del vecchio mondo, la capitale mondiale della
decadenza da tre secoli a questa parte, l’avanguardia di un arretramento di civiltà. È arrivata
da poco la notizia che il magnifico teatro anatomico di San Giacomo dell’Orio verrà
sgombrato dalla forza pubblica che scaccerà i comitati civici per consegnarlo ai nuovi
acquirenti privati, proprietari di una catena di supermercati, poiché né Stato né Comune
hanno esercitato il diritto di prelazione. Poi qualche giorno fa, dai loggioni del Teatro La
fenice, ripetendo il celebre gesto di patriottismo risorgimentale, sono stati lanciati volantini di
protesta su cui stava scritto «Venezia non è un albergo». E ci stava scritto a vernice rosso
vermiglio, rosso sangue fluente, proprio perché, purtroppo, Venezia, la trionfante, la
serenissima, la perla del Mediterraneo, la regina dei mari, è, oramai, quasi letteralmente
ridotta a un albergo.
Dobbiamo, dunque, abbandonarci allo sconforto? Niente affatto. Dobbiamo, invece, ritrovare
seriamente l’orgoglio di essere italiani, di essere eredi, non becchini del nostro grande
passato. Dobbiamo quindi tornare a studiare, a conoscere e, dunque, ad amare quella
bellezza.

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