Sempre più spesso si sente parlare di casi di adolescenti morti per via di “giochi” e scommesse pericolose, che spingono i ragazzi a rischiare la propria vita pur di non sentirsi esclusi da un gruppo. È il caso di Abdul, un 15enne che, lanciata una scommessa con il suo gruppo di amici, decide di sdraiarsi sui binari con l’intento di rialzarsi prima dell’arrivo del treno. Purtroppo, un regionale a 100 km/h lo travolge togliendogli la vita. Anche a Sesto San Giovanni, comune in provincia di Milano, un 15enne decide di salire sul tetto di un centro commerciale con i suoi amici per scattare una foto stravagante, precipitando pochi secondi dopo. Ed è ancora il caso di Igor, un 14enne che accetta la scommessa condivisa su internet, cercando di trattenere il respiro il più a lungo possibile rimanendo soffocato.

Così oggi ragazzi di ogni età perdono la vita, non distinguendo la vera realtà da quella che è ormai la realtà virtuale dei giochi e dei film. Con l’uso sbagliato della tecnologia e dei social network, sono sempre di più gli adolescenti che, per non sentirsi esclusi da una comunità, agiscono d’impulso e non si fermano a riflettere sulle proprie azioni. Ma il “gioco” vale davvero la candela? Quanto può una scommessa tanto immatura valere più della vita? Se ognuno riuscisse a ragionare per se stesso e non per gli altri, sarebbero molti meno i casi di “morti da social network”, che a differenza di una vita umana sembrano valere per l’eternità.

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