Ecco come un semplice “no” può salvarci la vita.

Tutto parte da una semplice scommessa tra ragazzini, un gioco mortale: il quindicenne Abdul si stende sui binari e viene travolto dal treno in corsa, perché sfidato dagli amici. Un paio di settimane prima di questo evento tragico, un altro quindicenne a Sesto San Giovanni era salito di notte sul tetto di un centro commerciale per scattare un selfie originale da pubblicare sui socials.

Da non dimenticare le tendenze e le mode virali che attraggono sempre più giovani: ricordiamo la questione giapponese degli Hikikomori (giovani che si ritirano dalla vita sociale), fenomeno che ha suscitato molto scalpore nei paesi occidentali, ma che ha anche spinto diversi a seguire la scia di questi individui. Eppure non è tutto qui, assai peggiori il “Blue Whale”, il “blackout game” ecc., nomi popolari che indicano la stessa attività, ovvero il suicidio da soli o in compagnia per mezzo di corde, sciarpe o con le braccia, dove ogni attimo viene filmato da una telecamera o un cellulare e pubblicato in rete.

Perché? Motivi incomprensibili o l’eccessiva competitività entrata ormai a far parte del gioco, seppur nato per il semplice intrattenimento. Se vedessimo il tutto in questa ottica, anche definendo queste azioni come “giochi”, lo scopo è massimizzare le vincite e minimizzare le perdite, tenendo sempre presente che la vita umana è il nostro bene più grande.

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