E’ giunta voce dell’episodio di Dolce & Gabbana: la coppia è stata accusata di sessismo per aver mandato in onda in Cina una pubblicità dei loro prodotti all’interno della quale una ragazza cinese si presta ad assaggiare alcuni alimenti, tra cui un esageratamente grosso cannolo siciliano che ha probabilmente suscitato scalpore per la sua vaga forma fallica. Alle scuse dei due noti imprenditori, il mondo ha reagito coniando il termine “adpology” formato dalla parola “ad” (advertisement) e dalla parola “apology” (scuse); questa scusa pubblica è stata vista infatti come un modo per rendere conto del proprio errore, ma anche un’occasione per farsi un po’ di sana pubblicità. Questo caso non è un unicum: sono noti anche le accuse di ipotetico razzismo a Zara e di mentalità omofoba al presidente della Barilla. O ancora la scelta decisamente azzardata del brand italiano Big Uncle, che con la sua nuova collezione Colonial Deal, esplicata da una felpa con la scritta “colonialism”, è stato ovviamente accusato di razzismo. È importante ricordare anche la felpa di H&M con la scritta “coolest monkey in the jungle”, una t-shirt del brand Wasted Heroes che riporta la scritta “slave”, e un altro ipotetico riferimento alla schiavitù con la collezione di scarpe Jeremy Scott x Adidas, che riportano delle manette da allacciare alle caviglie.

Ma davvero tutti questi brands e società di abbigliamento hanno voluto lanciare una collezione o alcuni capi di abbigliamento per esprimere tutto il loro odio nei confronti delle persone di differente colore della pelle, degli omosessuali? Davvero non hanno pensato alle conseguenze delle loro azioni sui loro introiti e sulla loro immagine?

Queste situazioni sono una conseguenza del generale timore della gente, dell’idea ormai tristemente diffusa che qualsiasi cosa sia mirata all’odio e che abbia un secondo fine, nascosto e moralmente scorretto. Ma, a forza di pensare al punire i comportamenti razzisti e omofobi, l’opinione comune ha finito per dimenticare il significato di ironia e sarcasmo e trova da ridire e da biasimare anche chi magari non ha mai pensato di compiere un’azione con finalità negative.

E’ giusto tutelare i diritti delle persone appartenenti alle cosiddette minoranze linguistiche, etniche o di orientamento sessuale, ma quando dalla tutela accurata si passa alla smodata censura, anche se lontana da ogni probabile forma di accusa, allora si incorre in un problema piuttosto grave.

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