Italia, pianeta terra, ventunesimo secolo, anno 2019: la tecnologia avanza, le tecniche cambiano e si evolvono, e no, le macchine ancora non volano. L’uomo in qualche modo i calcoli li aveva sbagliati; non solo perché le macchine ancora non volano o perché le città non sono tutte dominate da imponenti grattacieli, bensì perché si credeva in una evoluzione dell’intelligenza umana. Invece, ahimé ancora oggi, c’è chi crede nella differenza tra persone di razze diverse, nell’inferiorità della donna rispetto all’uomo, nella differenza rispetto a persone “diverse”. Ebbene, ancora oggi, l’uomo non ha sviluppato a pieno la sua intelligenza. Costruiamo macchine in grado di svolgere qualsiasi azione, ci connettiamo con il mondo in pochi secondi, ma non riusciamo ad essere umani. I sentimenti sono ancora una semplice convenzione: non esiste amore diverso da quello che provo io, o meglio, non deve esistere amore diverso da quello che provo io. Così il 2019 si accosta tristemente a quegli anni di buio, anni di guerre, di persecuzione nei confronti del diverso. Prima di accogliere il progresso avremmo dovuto accogliere tutti quanti la profonda conoscenza del nostro Io, studiandolo, riflettendo ed ascoltando mente e cuore. Non vi è alcuna differenza tra il bianco ed il nero, tra l’eterosessuale e l’omosessuale: pensiamo, viviamo ed amiamo allo stesso modo. Sembra un ragionamento banale, basato sulle solite frasi fatte, su ragionamenti elementari, eppure non viene carpito da tutti, purtroppo. Perché l’uomo ha fatto subentrare nella propria vita i così detti “tabù”, che pongono grandi limiti a quello stesso uomo che riesce a creare robot in grado di pensare ed agire al nostro posto. Un esempio lampante è l’increscioso avvenimento divenuto fenomeno mediatico nell’ultimo periodo: a Ravenna sui muri di un liceo scientifico alcuni ragazzi hanno pensato di scrivere quella che per loro sarebbe un’offesa nei confronti del dirigente scolastico. “Il preside è gay”, scrivono questi ultimi. Il dirigente, molto intelligentemente, decide di lasciare lì la frase. Un gesto maturo e sensibile, al contrario di quello dei ragazzi che in qualche modo hanno infastidito il preside, non per la non-veridicità del fatto, ma solo perché la frase è stata concepita come un insulto. Di certo i ragazzi hanno imparato la preziosa lezione del preside, un vero e proprio esempio da seguire. Cosa avranno pensato quei ragazzi mentre scrivevano la frase? Sicuramente alla “vergogna” che avrebbe potuto provare quella persona. Oppure avranno pensato semplicemente di “infangare la sua reputazione”. Gesto insensato quello dei ragazzi – tralasciando il senso di inciviltà dello scrivere sui muri di una struttura pubblica – , semplicemente perché quello non è un insulto, ma un modo come un altro per indicare l’orientamento sessuale di una persona. Avrebbero quindi potuto scrivere: “il preside è etero”, oppure “il preside è sposato”, o ancora volendo articolare maggiormente la frase avrebbero potuto aggiungere “il preside è sposato e guarda le partite di pallavolo”. Tanto che differenza fà? Avranno imparato però da qualcuno questi ragazzi, non sono di certo nati con la convinzione di default che il “sei gay” sia un insulto. Subentrano allora da una parte le figure genitoriali, dall’altra la società che ci circonda; ognuno deve fare il proprio lavoro, educando la persona ed il cittadino che diventerà nel futuro, ma come pretendiamo di farlo se poi quella stessa società è occupata da modelli distorti da seguire? E permettetemi di dirlo, finché le maggiori testate giornalistiche nazionali scriveranno: “Calano fatturato e Pil, ma aumentano i gay”, beh, fino ad allora, non andremo molto lontani.

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