Molto spesso non ci rendiamo conto di quante famiglie combattano quotidianamente contro l’autismo, ma basta guardarsi intorno per vedere che in Italia ce ne sono circa 600000 con un membro affetto da questa malattia.

Quest’argomento mi ha fatto tornare in mente un vecchio libro scritto da Gianluca Nicoletti, “Una notte ho sognato che parlavi”.

È una spudorata dichiarazione d’amore di un papà per suo figlio Tommaso, 14 anni di silenzio chiuso in una malattia, l’autismo e della quale sappiamo molto poco. Gianluca Nicoletti, giornalista e scrittore, ci ha messo tutto: furia, dolcezza, ironia, rabbia, stupore, affetto. E un ingrediente speciale: la sincerità.

Papà è la parola: desiderata, inseguita, mai arrivata perché Tommy non l’ha mai pronunciata. E il suo innominato papà allora l’ha sognata.

Il racconto mette a nudo la sua vita e quella di suo figlio in modo assoluto.

 “L’ho scritto come se raccontassi a un amico o a un collega. Ho cercato di non omettere nulla, anche i particolari: c’è più cinismo che richiesta di commiserazione. È la mia quotidianità. Credo sia civilmente indispensabile che di autismo si parli in maniera concreta e non più fantasiosa. Credo che ora i miei colleghi abbiano capito perché sono perennemente di corsa, perché preferisco lavorare da casa. È stato un po’ un coming out”; queste sono le parole dello scrittore in merito al suo libro.

E continua parlando della propria famiglia: “Io e mia moglie siamo una coppia abbastanza atipica, non facciamo quadretti d’amore eterno. Viviamo con realismo e concretezza la fatica quotidiana. Abbiamo una famiglia complessa e due lavori molto impegnativi. Da anni ci siamo organizzati in turni, lei lavora il pomeriggio fino alla sera tardi, io mi sono organizzato per fare la radio la mattina. Ho scritto di notte, quando tutti dormivano.”

Nicoletti scrive di come il bambino buono e taciturno dell’infanzia, con l’arrivo dell’adolescenza, si sia trasformato in un gigante forzuto, spesso incontrollabile. È qui che Gianluca entra in gioco, instaurando un rapporto straordinario con il figlio, raccontato in una chiave dolceamara.

”È stato un passaggio improvviso: avevo un bambino quando sono partito per il mare e un uomo quando sono tornato. Cambia tutto: un uomo con comportamenti da bambino è difficilissimo da gestire, perché è un essere ibrido che non esiste nella classificazione dei generi umani che conosci. Un gigante aggressivo, con un’interiorità profondissima che tu puoi sondare come chi vaga nella nebbia. Poi ci sono le chiusure, totali, improvvise. E tu non sai quando, perché accadono.”

Nonostante il clima a volte felice, altre profondamente tragico per la gravità della malattia, l’intento dell’autore non è impietosire né intenerire, bensì risvegliare nell’animo di tutti e primo nelle istituzioni una sana e produttiva attenzione verso questi ragazzi che non andrebbero curati nel senso tecnico del termine, bensì aiutati a costruirsi una loro dimensione, magari in spazi a loro dedicati, dove possano interagire l’uno con l’altro, questo soprattutto quando i loro genitori non ci saranno più. Perché come tutti i genitori anche Nicoletti si preoccupa del futuro del figlio e sa fin troppo bene che senza di lui il ragazzo non potrà sopravvivere, avendo costante bisogno di cure e di assistenza in tutti i sensi.

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