Il lavoro è da sempre un tema difficile da affrontare, perché coinvolge la maggior parte dei cittadini di un Paese ed è un diritto su cui si basa la nostra società. La stessa Costituzione italiana, all’articolo I, esprime il principio secondo cui la nostra è una democrazia fondata sul lavoro. E se un tempo il lavoro era qualcosa che spettava solo ai più poveri, per lo più contadini o, ancora, schiavi, era specialmente un’opera manuale e le classi più agiate della società ne erano escluse, ora la situazione è ribaltata: il lavoro, non solo oramai un lavoro di braccia, ma uno in cui la mente e le conoscenze acquisite con gli studi hanno una parte importante, oggi non garantisce più solamente la sopravvivenza e, più ambito è ciò che si ha, più si guadagna e si assume un ruolo forte nella società. Che gli stipendi di molti siano discussi e trovati sproporzionati rispetto al lavoro eseguito, sarebbe un argomento da trattare a parte; ma da sempre vengono varate riforme atte a combattere la disoccupazione e migliorare le condizioni del lavoro, il cui Ministro, ad oggi, è il pentastellato Luigi Di Maio, che ha proposto un decreto legge per incentivare l’assunzione dei disoccupati, il cui reddito di cittadinanza va a mantenere tali gli stipendi dei lavoratori già presenti, che lavorano un giorno in meno per lasciare spazio al neo-assunto. Certamente una legge simile costituirebbe un grande vantaggio per il mondo del lavoro: più tempo libero per tutti i lavoratori e una forte diminuzione della disoccupazione in Italia. Ma ci sono due importanti problemi: per prima cosa, la riforma deve assolutamente trovare l’appoggio di tutte le imprese, che però potrebbero non vedere per loro un guadagno nell’attuarla; inoltre, rimane sempre la solita questione, il denaro. Lo Stato ha sempre dimostrato, negli ultimi tempi, una certa scarsezza nelle finanze, e occorre essere sicuri che una riforma tale non gravi ulteriormente sulle casse dello Stato.

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