Dal 2016 ormai non si fa che parlare di “fake news” nonché tutte quelle notizie di cui è “possibile dimostrare la falsità ma, nonostante questo, hanno un grande appeal popolare e sono consumate da milioni di giovani”: diversi sono i punti di vista riguardo questo argomento, ma una cosa certa è che si diffondono ogni giorno di più, soprattutto tramite i social.  La Gran Bretagna ha rifiutato l’utilizzo di questo termine, sostituendolo invece con “disinformazione” oppositamente al Devoto-Oli che l’ha inserito nella sua nuova versione e per il Collins Dictionary secondo cui «fake news» è il termine dell’anno 2017. Tradotto in italiano corrisponderebbe a “notizie false” ma l’aerea che ricopre è diventata molto più vasta, anche se svariate volte sembra che questo concetto sia stato interpretato non correttamente, fino a diventare un termine che viene usato indistintamente per descrivere situazioni che sarebbero meglio delineate dalla parola “disinformazione” : teoricamente viene usato per trattare di satira e parodie, di contenuti fuorvianti che hanno l’obiettivo di mettere in cattiva luce qualcuno o qualcosa, contenuti falsi o ingannevoli o ancor peggio manipolanti: sono stati infatti usati queste notizie non veritiere, nel caso più famoso da cui hanno posto le radici, per la propaganda elettorale di Trump, un evento che ha destato l’attenzione e la curiosità di molti e di cui le inevitabili conseguenze sono state l’utilizzo inappropriato e eccessivo e la notevole diffusione su Twitter, Google e Facebook in primo luogo.  Il motivo?  In particolar modo nell’età odierna il consenso degli altri è fondamentale e per ottenerlo si deve far sì che il pubblico a cui ci si rivolge rispecchi le proprie idee in quelle di colui che le comunica: la propaganda è una tecnica usata da svariati secoli, anche durante il regime nazista che durante la seconda guerra mondiale riuscì a camuffare le proprie atrocità come azioni indispensabili di auto difesa, fino ad oggi, che non ci serviamo più molto di cartelloni appesi per la città e incalzanti discorsi, bensì di semplici post e didascalie che hanno l’immenso potere di influenzare l’opinione pubblica. Ci si chiede come sia possibile non riuscire a riconoscere una notizia vera da quella falsa, eppure non è così strano: per diffondere uno scoop ci si affida a volte a testate giornalistiche, che vittime del mito della velocità e della copertura live di qualsiasi evento che impedisce loro di fare fact-checking seriamente, o blog di minore rilevanza che puntano i loro guadagni sul numero e non sulla qualità e la veridicità: si cerca infatti di diffonderla il più possibile in modo che sia ritenuta vera in quanto così conosciuta, facendo leva sulla fiducia dei lettori, una componente che non può essere trascurata. La nostra disinformazione in molti ambiti costituisce per noi un grande ostacolo che non riusciamo a superare perché bloccati dalla volontà di apparire informati, camuffando la nostra ignoranza. Le conseguenze sono le filter bubble che costruiamo intorno a noi, omologandoci al pensiero comune e credendo a ciò che ci viene fatto credere. Alla domanda “Ma nessuno ha trovato il modo di smascherarle?” la risposta è molto semplice “No.”: sono in tanti a consigliare metodi per cercare di capire ciò che è vero e ciò che non lo è , ma in realtà le fake news hanno ormai preso il sopravvento su di noi e liberarcene sarà difficile anche perché, forse,  siamo noi a volere che restino, perché delle volte fa a comodo a ognuno di noi imporre la nostra verità o riadattarla a nostro piacimento, anche se per motivazioni futili o argomenti quotidiani. Quello che possiamo fare? Distinguere quando è opportuno verificare quello che leggiamo con maggiore accuratezza, affidandoci a fonti certe come quelle di foto reporter o di professionisti e quando lasciarci influenzare da baggianate.

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