Come tutti sappiamo, la creazione di Internet ha segnato un punto di svolta per le odierne tecnologie di comunicazione ed informazione, permettendo l’accesso istantaneo ad una miriade di siti, blog e altre piattaforme online, su cui vengono forniti ininterrottamente dati su dati.
Un sistema dalla mole immensa, che però può nascondere insidie: se da un lato navigare sulla rete può risultare un vantaggio, d’altra parte, nel caso in cui l’attività online di un dato utente venga gestita in modo irresponsabile, magari a causa della poca esperienza dello stesso, il rischio per la privacy aumenta drasticamente. Questo accade soprattutto sui social network, dove ogni propria informazione viene esposta, entro certi limiti, praticamente al mondo intero.
Su social come Facebook e Instagram vi è infatti la possibilità di rendere il proprio profilo privato, impedendo ad altri di averne accesso; ma ciò non esclude la possibilità che persone conosciute nella “vita reale”, di cui tendenzialmente si è disposti a fidarsi, possano danneggiare l’immagine di un individuo mediante la condivisione di dati privati. È il caso del cosiddetto revenge porn, oggetto di vari dibattiti negli ultimi tempi. Fortunatamente non mi è mai capitato di assistere in prima persona ad eventi del genere, anche se ho avuto l’opportunità di assistere a diverse trasmissioni e servizi televisivi riguardo l’argomento. Ovviamente reputo la cosa un crimine vero e proprio, per cui è giusto che si intervenga con processi penali, anche se considero la cosa migliore evitare fin da subito la condivisione di dati sensibili, eccetto per pochi intimi: uno dei motivi, probabilmente il principale, per cui non possiedo un account social.

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