Nonostante recentemente si sia approvata una legge che fissa pene per questo reato, sono ancora in molti a non sapere di cosa si tratta. Il revenge porn è un termine mediatico che si traduce letteralmente in “vendetta porno” e fa riferimento ad una diffamazione, spesso pornografica.
Come esempio di questo fenomeno si può prendere un ex fidanzato (il 90% delle volte si tratta di un lui e non di un lei) che, alla fine di una relazione, pubblica o minaccia di pubblicare, anche a scopo di estorsione, un video o una foto intima online, senza il consenso della persona interessata.
Il termine, però, viene usato soprattutto come concetto generale per parlare complessivamente di quello che riguarda la condivisione non consensuale di materiale intimo, che, qualora avvenisse in una relazione, potrebbe non solo accadere alla fine di essa, ma anche all’inizio o nel mentre. Così, qualcosa che era destinato a rimanere privato, viene invece condiviso con tutta la superficialità e la stupidità di chi vuole fare male a qualcun altro.
Fino ad ora si è lasciato che ci siano persone che ne umiliano altre su internet, solo perché lo possono fare e lo credono divertente, senza prendere alcun provvedimento. Non ci si è resi conto del danno che quest’azione può causare a qualcuno.  
Le conseguenze sono varie. Si pensi ai casi più estremi, come quello di Tiziana Cantone, una ragazza che nel 2016 si è tolta la vita in seguito alla pubblicazione di contenuti intimi, e a quelli in cui le vittime sono spesso costrette a cambiamenti drastici nelle proprie vite al fine di proteggersi: cambiare città, faticare a trovare lavoro, subire ripercussioni psicologiche e sociali molto pesanti.
Le donne che subiscono questi abusi, quali revenge porn e altri tipi di violenza online, come il linguaggio d’odio, difficilmente trovano solidarietà nei loro confronti, o un modo per superare e cercare di risolvere queste situazioni secondo giustizia. 
A livello sociale bisogna capire che la possibilità di fare “click” non ci autorizza, né tantomeno deve spingerci a farlo senza le dovute garanzie per l’altro: dall’altra parte dell’eventuale obiettivo c’è e rimane sempre una persona. Non pensando alle conseguenze possiamo creare danni che non si cancelleranno più. 
La condivisione online di una foto intima non è più reversibile, poiché i contenuti caricati sulla rete non si possono eliminare o nascondere.  
Bisogna ribilanciare ciò che si può fare su internet, in modo che sia legittimato moralmente, perché per risolvere il problema del revenge porn non basta una legge, bensì c’è bisogno dell’autoconsapevolezza sociale.
Lo scorso 31 marzo, a Milano, è stato ospitato l’evento “Intimità Violata”, un’iniziativa culturale e artistica che ha mirato ad offrire gli strumenti per poter comprendere e discutere politicamente il revenge porn tra corpo, sessualità e tecnologia. Alla campagna “Intimità Violata”, la promotrice e sociologa Silvia Semenzin, che recentemente ha lottato per chiedere l’introduzione del reato di revenge porn anche in Italia, ha spinto sull’idea di rompere alcuni tabù, che rimangono nonostante le generazioni stiano cambiando e nonostante ci sia anche più libertà femminile. Lei è le sue collaboratrici hanno chiarito come non ci sia il diritto di giudicare l’intimità degli altri, ma ci sia il diritto di giudicare e condannare il tradimento della fiducia dell’altro al fine di umiliare.
Le donne hanno il diritto di vivere lontane dalle discriminazioni tanto online quanto offline, dato che non è né la tecnologia né internet ad essere “cattivo”, ma l’uso scorretto e approssimativo che se ne fa.
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