In un secolo di emigrazione italiana, la costante che ha portato milioni di nostri concittadini lontano dal Paese è una: la ricerca di un lavoro. Chi se ne va lo fa sempre per trovare nuove opportunità che in Italia sono loro precluse da un sistema che, nella percezione comune, non premia il merito ma si mantiene in piedi grazie a legami di parentela e raccomandazioni.

Inoltre il mercato del lavoro italiano risulta molto meno allettante in termini di retribuzioni se confrontato con i vicini Stati europei. È quindi evidente che, in mancanza di barriere territoriali e linguistiche insormontabili, molti lavoratori professionisti e non si spostino verso Paesi in cui opportunità di lavoro e compensi sono superiori rispetto alla realtà italiana. Purtroppo questo ha portato la fuga della fascia di età più produttiva, quella compresa fra i 25 e i 39 anni, di cui uno su tre con una laurea in tasca. E per questo motivo viene comunemente definita “fuga di cervelli”.

Le mete più in voga fra gli italiani che partono sono ovviamente i Paesi che offrono livelli di retribuzione e qualità della vita più elevati, come: Regno Unito, Germania, Svizzera, Francia e Spagna.

Si percepisce inoltre grazie a ciò che la fiducia nelle istituzioni e nella politica è bassissima fra generazioni più giovani: su un campione di oltre duemila giovani tra i 20 e i 34 anni, chi assegna voto positivo all’opera dei governi recenti è poco più di un giovane su tre; sotto tale soglia di fiducia si collocano anche i partiti, le banche e i sindacati; il 30% non esprima fiducia quasi in nulla, sintomo di una condizione priva di prospettive che corrode ogni dimensione della vita e disincentiva alla partecipazione alla vita sociale; inoltre, il 60% degli intervistati non ha percepito alcuna iniziativa pubblica impegnata nel migliorare le condizioni delle nuove generazioni e considera la politica poco attenta a offrire spazi e opportunità per favorire l’inserimento attivo dei giovani nei processi di crescita sociale ed economica del Paese. Questa mancanza di iniziativa peggiora la percezione degli italiani sull’immobilità del Paese, rafforzando l’idea che solo fuori dall’Italia sia possibile costruirsi un futuro.

Il fenomeno migratorio, oltre a creare un’infinità di opportunità mancate per il nostro Paese, rappresenta anche una perdita di investimento per l’Italia sull’istruzione dei suoi cittadini.

I migranti italiani emigrano per gli stessi motivi di buona parte degli altri migranti: la mancanza di prospettive per il proprio futuro e la sensazione di impotenza di fronte a una situazione immutabile. Se però in altri casi le cause scatenanti sono anche guerra o regimi dittatoriali, nel caso italiano l’origine è da ricercare quasi esclusivamente nella ricerca di un futuro, di una possibilità.

Molti giovani laureati che conosco sono della stessa opinione dei migrati italiani, la scarsa fiducia verso le istituzioni non può ricrearsi se non vengono realmente risolti problemi come appunto la disoccupazione.

L’estero ad oggi offre molte più possibilità di quante ne possiamo trovare in Italia, è un’esperienza che sicuramente ai giovani darà una nuova via per realizzare i propri sogni lavorativi.

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