Durante le proteste avvenute nel luglio 2015 a Cleveland a causa dell’arresto di un quattordicenne afroamericano da parte degli agenti di polizia è avvenuta una cosa particolare: i manifestanti hanno iniziato a cantare il ritornello di “Alright” di Kendrick Lamar, brano che sarebbe stato in seguito adottato dal movimento Black Lives Matter come inno e successivamente scelto dal giornale Pitchfork come “brano migliore del decennio”. L’autore, il rapper Kendrick Lamar, si è distinto per il suo impegno a favore della comunità afroamericana in una scena musicale, quella rap post Tupac, troppo spesso, anche se a volte a ragione, considerata priva di contenuti e legata alla ricerca egoista di piaceri materiali. Tutte le tematiche dei suoi lavori, a partire dal suono stesso, costantemente caratterizzato da riferimenti a generi storici della cultura nera, come il jazz ed il funk, sono argomenti trattati storicamente ma che purtroppo il rap, diventando un fenomeno sempre più globale, ha a tratti perso, come la denuncia sociale, la religiosità e la descrizione nuda e cruda delle realtà trascurate e sfruttate dal progresso occidentale, parlando anche dell’Africa, considerata “madre degli afroamericani”, ma dimenticata quando si arriva a potersi permettere di comprare diamanti, compiendo un matricidio. Nonostante ciò ha anche cercato di far prendere coscienza alla comunità nera, a suo avviso troppo vittimista verso il potere, ma colpevole di non poter mai migliorare le proprie condizioni fino a quando non avesse smesso di essere perennemente in conflitto con sé stessa (“Quindi non importa quanto mi piace dire che predico con le Pantere […] O quando provo a celebrare Febbraio come fosse il mio compleanno […] perché ho pianto quando Trayvon Martin era in strada quando la mia gang mi ha fatto uccidere un negro più nero di me? Ipocrita!”). Kendrick Lamar ha dunque contribuito in maniera importante a risvegliare le coscienze degli afroamericani, ma potrebbe star dimostrando una cosa altrettanto importante: è l’esempio di come per ottenere successo, in campo musicale e non solo (finora ha ottenuto 12 grammy ed è anche stato il vincitore di un Pulitzer, il primo rapper a riuscirci), non bisogna per forza vendere musica “di plastica” come il pop si è troppo spesso dimostrato, ma si può credere nei propri ideali ed applicarsi per farli reali. Certo, un artista non salverà vite, ma il ruolo dell’arte è quello di esprimere e creare emozioni e lui ne sta creando di davvero potenti.

 

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