Trent’anni fa è crollato un muro: il muro di Berlino. Oggi tre decenni dopo, sono ancora settanta i muri saldi che dividono intere popolazioni. Ma ce ne sono molti altri che spesso non vogliamo o non riusciamo a vedere, sono fatti di pregiudizi, di omertà, di disonesta e d’ignoranza. I muri si possono celare anche dietro uno sguardo, dietro ad una parola o un pensiero. E’ un muro di omertà e disonestà quello della mafia, che penetra nelle radici del nostro territorio e contribuisce ogni anno all’emigrazione di migliaia di ragazzi verso nuovi paesi, perché in cerca di un futuro meritocratico e non corrotto. Lo sguardo di diffidenza ad un ragazzo o ad una ragazza appartenente ad un’etnia diversa da quella propria  d’origine e  il pensiero che la nostra mente volge  verso un ragazzo disabile, sono solo alcuni degli esempi che il nostro inconscio ci fornisce per dare un significato diverso, più figurato ma non per questo meno astratto, anzi a tratti molto concreto della definizione della parola muro. Non è forse un’imponente barriera quella che si trovano davanti i bambini di paesi sottosviluppati in cui non viene garantito il diritto all’istruzione, che nega per sempre loro la possibilità di fuggire da un presente fatto di stenti e miserie. C’è un muro dietro a molte più cose di quante immaginiamo e noi, tutti noi ci arrendiamo al solo pensiero di abbatterlo perché pensiamo che sia un’utopia. Invece, basterebbero soltanto la forza e la convinzione di ognuno di noi per distruggerlo. Perché esigere cure adeguate per ogni cittadino dello Stato, indifferentemente dal ceto sociale o pretendere giustizia per le morte di magistrati o uomini delle forze dell’ordine, che consapevoli dei rischi propri della loro professione hanno lavorato fino alla fine  affinché potessimo vivere in un mondo più sicuro; deve essere un obbiettivo realizzabile e non un’immagine inarrivabile di società perfetta.

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