Il 9 novembre del 1989, un pacifico assalto di popolo eliminava la divisione che dal 1961 tagliava in due la città di Berlino. Quello che era diventato il simbolo della guerra fredda cade, aprendo la strada alla riunificazione tedesca, conclusa il 3 ottobre 1990.

Trent’anni fa è davvero iniziato un periodo di unità e di solidarietà tra i popoli?

La risposta purtroppo non può che essere negativa. Il mondo è più che mai lacerato da muri, confini e barriere, per tre quarti costruiti dopo il 1989.

Esistono diverse tipologie di muri: da quelli interni agli Stati e alle città, come quello di Peace Lines in Irlanda del nord, a quelli che delineano i confini degli Stati, come accade fra USA e Messico, fra Austria e Ungheria, fra Israele e territori palestinesi. Nel 2019, la tendenza è innalzare barriere per tenere fuori chi vuole entrare, ufficialmente le motivazioni sono di sicurezza, ma la funzione è spesso più simbolica che effettiva: l’impatto visivo del muro incide sulla psicologia delle persone che vivono sui due lati, rafforzando la tendenza a demonizzare chi sta dall’altra parte, che neanche si conosce. Senza dimenticare gli “altri” muri invisibili, da quelli che attraversano il mare a quelli interiori o virtuali alimentati dai discorsi d’odio. Non si riesce a superare le divisioni: da quelle di carattere economico, politico e sociale a quelle, radicate nella testa della gente.

 

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