Di muri ce ne sono già molti: in Algeria, Marocco, Spagna, Palestina, India, Thailandia, Arabia Saudita, Botswana, Emirati Arabi Uniti, Irlanda. Uzbekistan, Corea, Pakistan, Cipro eccetera.

In gran parte sono opere militari per proteggersi da incursioni di gruppi terroristici (come in Marocco) o di eserciti regolari, ma sempre più numerosi sono quelli pensati in funzione anti immigrati. E’ interessante notare che in quasi nessun caso il muro ha raggiunto i risultati auspicati, per cui, dopo una fase iniziale di successo, quasi sempre il risultato si è rivelato molto al di sotto delle aspettative.

Eppure altri muri o altro tipo di barriere, sono in costruzione, come ad esempio in Ungheria, o al confine italo francese, o se ne auspica la costruzione come in Austria. Ed ora Trump ne vuole un altro fra Usa e Messico, dove, per la verità, un muro c’è già dal 1994, quando lo volle il Presidente Clinton, democratico. Ma dunque, se si sente l’esigenza di un nuovo muro è perché il precedente non ha funzionato. Forse non era abbastanza alto, spesso, lungo o forse aveva troppi buchi.

Consideriamo, però, il fenomeno più da lontano, senza riferimento a nessun caso particolare e soffermandoci sul suo valore simbolico. Alla base c’è un meccanismo psicologico elementare: il muro è la materializzazione dello “spazio sicuro” in cui muoversi, la divisione fra un “interno” sicuro, amichevole e protettivo ed un “esterno” ostile e pericoloso.

Psicologicamente, si tratta di una regressione nell’utero materno, una vita fuori del tempo e dell’ambiente, al riparo dagli agguati della vita. A volte questo è vissuto come una prigione, e comporta sofferenza, ma una sofferenza inferiore all’angoscia dell’affrontare i pericoli del fuori.

Questa esigenza di demarcare il dentro dal fuori, con una barriera fisica imponente ha trovato la sua massima espressione in campo militare, che ha avuto da sempre il muro come esaltazione del “vantaggio del difensore”. Nella storia però nessuno di questi muri ha raggiunto lo scopo sperato.

Non che le fortificazioni siano inutili, ma sono la difesa più debole che si possa immaginare, perché sono fisse e artificiali e, in quanto tali, costose, adatte solo alla fase della guerra di posizione ma sono di impaccio quando si passi all’offensiva. E, soprattutto hanno una efficacia limitata nel tempo. Infatti, l’avversario prenderà facilmente conoscenza della “grande muraglia” e studierà piani di sfondamento, scavalcamento o aggiramento di essa, rendendola via via meno efficace. In teoria, questo richiederebbe un costante aggiornamento dello schema difensivo. Ma una linea di mura, fossati, casematte o castelli non si può spostare, e costruirne di nuove comporta tempi lunghi e costi altissimi.

I muri vengono ad oggi ancora costruiti, ma sono invisibili, costruiti dagli uomini di fronte ad altre culture ed etnie, perché considerate diverse. E proprio da qui nasce il razzismo, fondato dal presupposto che esistano razze umane biologicamente e storicamente superiori ad altre razze.

Il muro ha sempre avuto significati e scopi diversi. Che siano barriere giuste o sbagliate, hanno da sempre caratterizzato la vita dell’uomo. Ma deve esser visto con un duplice significato: in negativo, quando questo serve per isolare e dividere; in positivo quando ci mette alla prova e riusciamo a superarli. Perché il muro è anche quell’obbiettivo che ognuno pone a sé stesso, che per raggiungerlo bisogna affrontare tutti gli ostacoli che ci si presentano, ma alla fine poter ammettere con soddisfazione che ce l’abbiamo fatta.

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