Questo concetto di “metus hostili”, paura del nemico, più che nemico del diverso, si sta diffondendo in scala mondiale: un concetto che valorizza la coesione nazionale e l’impegno civile contro altri popoli e, in maniera attuale, molte nazioni si stanno avvalendo di questo concetto per “proteggere” i propri costumi e distaccarsi da paesi nemici. Esempio immediato ne è il contrasto fra Messico e Stati Uniti, risolto per così dire, con un muro che divide completamente i due paesi, a mo’ di muro di Berlino.

Tutto ciò dovrebbe far riflettere: possibile che dopo 30 anni dalla caduta del più celebre muro, ancora non siamo in grado di abbracciare gli altri paesi nella ricerca di una pace fra tutti, di un equilibrio? Evidentemente questa mentalità ancora non può svilupparsi, poiché oltre a questo esempio ve ne sono moltissimi altri, circa quarantamila chilometri di esempi. 

Perché abbiamo così paura del “diverso”? Ci spaventa quello che non conosciamo e mettiamo in atto strategie difensive per evitare di entrare in contatto con la diversità. Ci manca la capacità di comprensione e tendiamo a cercare ciò che è più simile ai nostri canoni estetici, esistenziali, alle nostre credenze, come unico modello possibile di vita. Ogni altra caratteristica, anche di genere, che fuoriesce dalla norma in cui ci riconosciamo, viene etichettata, stigmatizzata e definita “anormale”.  Oltre a farci paura, pensiamo la diversità anche come portatrice di pericolosità sociale. Per questo abbiamo paura del diverso, perché non siamo noi. È facile, molto più facile affidarsi alla cultura dello stereotipo o del pregiudizio anziché cercare di crearsi una coscienza che potremmo definire “contrappuntistica”, in grado di accogliere le contraddizioni insite senza polarizzare le differenze a tutti i costi, schierarsi da questa o quella parte. È la varietà delle molteplicità, anche nelle narrazioni: ascoltare una sola campana significa avere una visione parziale delle storie e delle differenze. 

 Abbattere i muri, dopotutto questo è il punto: potrebbe portare il caos o l’ordine, paradiso o inferno. Ma la via è unica, altrimenti bisognerebbe vivere nella diffidenza, nella paura del diverso, costruendo muri contro l’ignoto.

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