Il 27 novembre 2019 il decreto sisma arriva alla Camera, ma la discussione si svolge in un’aula desolatamente vuota. Sebbene si trattasse di una serie di riforme importanti per i terremotati, tra cui ad esempio la proroga dello stato di emergenza, a Montecitorio si sono presentati inizialmente solo sei deputati, per poi ammontare nel corso della mattinata ad una ventina su 630 totali. Le critiche pungenti di indignazione non si sono fatte aspettare, così come la risposta dei parlamentari al fine di giustificarsi. È vero, il 27 novembre era la giornata dedicata ad un riepilogo del testo di legge in cui solitamente non si entra nel merito, come da prassi nelle giornate precedenti al giorno che “conta” davvero, ovvero quello della votazione, e in cui di solito intervengono se ce ne è bisogno solo qualche parlamentare che ha seguito il testo fin dall’inizio. Ma il fattore “lunedì mattina” non si può escludere. Si dice che molti parlamentari non fossero nemmeno a Roma, che alcuni fossero impegnati in altri progetti, ma il messaggio che un cittadino italiano riceve non è dei migliori. Il lunedì è la giornata di lavoro per eccellenza, in cui ognuno comincia la propria settimana senza una grande volontà, ma comunque con il dovere di rispettare i propri impegni. Vedere l’immagine di un’aula vuota sicuramente non incrementa la fiducia che ogni cittadino dovrebbe avere nei confronti della politica. Per non parlare poi dell’indignazione dei paesi colpiti dal terremoto: alcuni parlamentari si sono difesi dicendo che quel giorno erano impegnati a svolgere le loro funzioni per l’ambiente, la finanza, il commercio. Ma così si sottintende il fatto che l’importanza data al terremoto è inferiore, mentre un tema come la ripresa di una zona così vasta dell’Italia dovrebbe essere una delle priorità. In questo modo il deserto dell’aula non fa solo che accrescere la desolazione economica e lo scoraggiamento emotivo dei paesi del cratere.

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