Fin dall’ antichità i primitivi graffiavano le grotte, oggi gli artisti di strada consumano intere bombolette sui muri della città.

Il writing, o graffitismo, è una manifestazione sociale, culturale, artistica diffusa in tutto il mondo, basata sul l’espressione della propria creatività attraverso interventi diretti sul materiale urbano. Questo fenomeno viene spesso etichettato anche come atto di vandalismo poiché i supporti utilizzati sono mezzi ed edifici pubblici. La pratica dei murales è infatti vista da molti come una vera e propria disgrazia considerata un attività che distrugge il decoro delle città e dei patrimoni artistici e definendo, coloro che vorrebbero essere semplici writers, dei vandali. I murales sono da sempre un mezzo di comunicazione di massa che permette di esprimersi, gridare le proprie emozioni in silenzio, una forma di sovversione critica verso il sistema economico e politico e che, nei casi più spettacolari, fanno riflettere sulle difficoltà della società attuale. Il desiderio di invadere luoghi pubblici ha come obbiettivo principale quello di liberare l’uomo dai modelli giganteschi dei cartelloni pubblicitari, affermando una libertà di pensiero ritrovata. Ma fino a dove arriva il diritto dei writers di esprimere la propria creatività e dove inizia quello dei cittadini di avere le proprie città pulite? La libertà di ognuno di noi finisce dove inizia la libertà altrui. Quando il buon senso non consente di capire fin dove ci si può spingere, in quali luoghi poter fare Street art e quali mezzi imbrattare, allora i diversi cittadini avranno il diritto di protestare. La buona condotta degli artisti è un elemento fondamentale per la diffusione di questa forma d’arte straordinaria.

Banksy, uno fra i migliori writers, afferma “I graffiti sono stati utilizzati per dare inizio a rivoluzioni, fermare le guerre e in generale sono la voce delle persone che non vengono ascoltate”.

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