Nel gergo comune definiamo il graffitismo come un’attività di libera espressione artistica attraverso interventi pittorici nell’agglomerato urbano. È caratterizzata dall’utilizzo di bombolette per la realizzazione di graffiti e ha radici ben più profonde di quelle che possiamo immaginare. Si tratta di un movimento espressivo che emerge fin dalla seconda metà del XX secolo, fra il 1975 e il 1980, con le prime realizzazioni di figure o scritte sui vagoni dei treni o negli spazi pubblici delle città, ad opera di artisti anonimi delle zone di Bronx o Brooklyn, soliti firmarsi sempre in maniera anonima. La si può intendere anche come uno stile artistico, oramai ben affermato, che nacque in quegli anni dall’esigenza di ribellione nei confronti dei morti artistici dell’epoca, che sembravano fare nient’altro che sopprimere libertà di pensiero e di espressione. Si tratta di Arte di strada, o Pop Art, e ha sempre avuto un valore davvero significativo, soprattutto per i protagonisti dell’epoca. Erano diffusi soprattutto nelle zone e in particolare nei quartieri meno agiati, e dietro alla loro bellezza, simbolo di libertà, si nascondeva forse una denuncia nei confronti del divario fra le classi sociali, evidente già allora e tutt’oggi non ancora risolto. Dunque, anche dal puto di vista personale, penso che fin da allora il graffitismo si sia mostrato al mondo come una sorta di sfogo di immaginazione, caratteristico e mai odiato, per molti vera e propria arte. Oggi tuttavia, devo a malincuore ammettere che a portare avanti questo moto eccezionalmente spontaneo siano davvero pochi, perché altrettanti pochi ne comprendono il reale significato. Molti hanno trasformato la particolarità di questa attività in atti di vandalismo, soprattutto in Italia, dove spesso, soprattutto nei quartieri più decadenti, a sfogarsi non sono arte e immaginazione, ma ignoranza e non rispetto dell’ambiente e delle strutture, con disegni approssimativi e offensivi, se non addirittura frasi senza nesso logico, spesso errato, e altrettanto offensive. Proprio per questo molti si sono posti un interrogativo: “Sarebbe corretto operare una pulizia generale al fine di liberare le città da queste impurità?”. Recentemente Ravenna, in seguito a molti eventi non ignorabili, ha istituito una sorta di campagna, al fine di rendere concreta l’idea sopracitata, e questo ha scaturito una discussione nell’opinione pubblica. Personalmente penso che bisogna essere in grado, se si vuol davvero ripulire le città, di distinguere quei graffiti, pieni di arte, che non rovinano il tessuto urbano, anzi, lo arricchiscono, a differenza invece di tutti i pasticci di cui ho già parlato, sintomo di ignoranza, che secondo me dovrebbero essere indiscutibilmente rimossi, in quanto offensivi e non certo utili alla società.

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