“L’arte deve essere qualcosa che libera l’anima, che provoca l’immaginazione e incoraggia le persone ad andare lontano con la fantasia” sono parole di Keith Haring, il re dei graffiti che simboleggia la parabola artistica e sociale del graffitismo degli anni ottanta.

Il Graffitismo nasce alle fine degli anni ’60 a New York. Le sue origini sono legate alla metropoli e al disagio che le grandi città creano, infatti, molti artisti anonimi avevano scelto i grandi spazi lasciati vuoti dal degrado urbano o dalle strutture abbandonate per esprimere una loro idea di plasticità e decoro. Con il passare del tempo il fenomeno si è trasformato in una vera e propria forma d’espressione artistica valicando confini culturali e territoriali. Oggi il Graffitismo si presenta come un fenomeno attuale, traversale e complesso.

Li vediamo tutti i giorni, ovunque, sulle facciate dei palazzi, sui vagoni dei treni, sui cartelli stradali, sui muri del centro e delle periferie: tag, graffiti, murales, ma è arte o vandalismo? Fino a dove arriva il diritto dei writers di esprimere la propria creatività e dove inizia quello dei cittadini di avere le proprie città pulite?
Quando il murales, il graffito o quel che sia deturpa edifici e monumenti, allora cadiamo nel vandalismo, screditando e sminuendo quello che è il significato di questa corrente.
Nella mia città, invece, interessata dal sisma del 2016, i murales potrebbero essere un’idea geniale per decorare strutture in legno o in ferro utilizzate per la messa in sicurezza dell’edificio.

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