Il graffitismo viene definito un movimento sociale e culturale, ormai diffuso in tutto il pianeta, che consiste nell’effettuare pitture sui mezzi pubblici o sui muri di edifici cittadini. In realtà molto spesso è una forma di espressione per ragazzi che ritengono giusto imbrattare con disegni e scritte le facciate e dei palazzi o le pareti di treni e autobus. La cosiddetta arte di strada è diventata un modo per manifestare il loro egoismo, quasi per provare che esistono o forse per avere il gusto di fare qualcosa di proibito. Si tratta di un’attività che di solito svolgono in gruppo, di notte e questo rafforza il loro sentirsi forti, capaci di andare contro le regole della società in cui vivono. Non si rendono conto che, con il loro modo di fare, provocano danni economici alla collettività perché poi le loro opere, che spesso hanno poco di bello o di artistico, dovranno essere rimosse. Se ci soffermiamo ad osservare questi murales ci rendiamo poi conto, che al di là della ricchezza e della vivacità dei colori non riescono a comunicare altro: non sono portatori di messaggi di pace o di provocazioni, come le opere di Banksy. Non ci lasciano spunti di riflessione, se contengono messaggi politici, lo fanno usando parole non adeguate, insomma, non riusciamo a cogliere il significato di quelle opere. Storicamente Keith Haring è forse l’esponente più famoso del graffitismo, ma non imbrattava le pareti di opere pubbliche o di monumenti importanti dal punto di vista artistico: egli esprimeva la sua creatività sugli spazi pubblicitari vuoti. Il rispetto che ha dimostrato verso la comunità e le sue note capacità espressive hanno consentito nel tempo di considerarlo un artista. Oggi non è assolutamente possibile definire un qualunque ragazzo che dipinge un muro con i colori spray delle sue bombolette un artista. Non è più accettabile che quasi ogni angolo delle nostre città, sia in periferia che nel centro storico, sia segnato da scritte prive di significato ed immagini, a volte anche volgari.

Valentino Taccaliti 

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