Si diffonde sempre più il fenomeno che riguarda la cosiddetta “fuga dei cervelli”. Sono tanti i giovani che decidono di lasciare l’Italia per motivi di lavoro, in cerca di fortuna in altri paesi dell’Unione europea e non solo. A complicare la situazione, instaurando un vero e proprio circolo vizioso, c’è l’attuale crisi economica e la mancanza di risorse finanziarie in un Paese che non cresce più, dove la classe dirigente è troppo vecchia, conservatrice e assai poco innovativa.
Finanziare la ricerca scientifica è il miglior investimento che un Paese possa fare per il proprio futuro: significa scommettere sulle sue migliori risorse umane.
I risultati magari non sono immediatamente visibili, ma a lungo termine costituiscono un autentico valore aggiunto.
Pensiamo alla ricerca nel campo della medicina, che ha permesso nel secolo scorso di debellare alcune malattie che erano letali per l’uomo, nonché di compiere notevoli passi in avanti nella prevenzione e nella cura di altri mali che continuano a rivelarsi devastanti per la salute, come il cancro, l’AIDS, la sclerosi multipla. Pensiamo, ancora, alla ricerca nel settore dell’ingegneria genetica che ha realizzato fondamentali scoperte, come la “lettura” della mappa del genoma umano e la creazione in laboratorio di tessuti da utilizzare nei trapianti di organi. Pensiamo, infine, alla ricerca tecnologica nel campo dell’informatica e della telematica che, con strumenti come il computer, Internet, la televisione digitale, ha rivoluzionato le nostre abitudini di vita, di lavoro, di studio e di svago.
L’Italia non ha però colto l’importanza che la ricerca riveste nello sviluppo economico, scientifico e culturale: le risorse finanziarie che s’investono sono poche e le strutture a disposizione dei ricercatori sono spesso insufficienti. I giovani scienziati se ne lamentano di frequente e subiscono spesso la tentazione di trasferirsi all’estero e mettere al servizio di altri Paesi la loro intelligenza e professionalità.
Per evitare questa “fuga” e ridurre il gap dell’Italia rispetto agli altri Paesi dell’Unione Europa ed agli Stati Uniti, è assolutamente necessario incrementare sia gli investimenti pubblici e privati da destinare alla ricerca sia il numero di ricercatori. Inoltre è necessario insegnare ai ragazzi l’importanza delle idee e della cultura della razionalità: l’istruzione riveste un ruolo fondamentale in quanto, fin dalla scuola dell’obbligo, deve fornire gli strumenti metodologici necessari a stimolare l’esplorazione scientifica. Su queste basi, bisogna costruire un’impalcatura che garantisca ai ricercatori strutture e strumenti di lavoro, ad esempio creando nuovi istituti scientifici di ricerca o dotando di un centro di ricerca ogni ospedale italiano, come accade negli Stati Uniti.
Più ricerca nel nostro Paese, è un obiettivo che si può realizzare soltanto sensibilizzando la classe politica dirigente ad investire più risorse in questo settore d’importanza strategica per il futuro. Se si parte dal presupposto che lo sviluppo economico di una nazione non dipende esclusivamente dalla produzione industriale, ma anche dalle idee nuove, dalla passione di porre sempre oltre le frontiere della scienza e della tecnica, allora si darà il giusto peso al lavoro dei ricercatori, mettendoli nelle condizioni di poter operare proficuamente e così fornire un valido contributo alla crescita complessiva del Paese.
Ogni ricercatore italiano sarà comunque libero di recarsi a lavorare all’ estero, ma dietro un’eventuale decisione del genere deve esserci una scelta di vita, un motivo personale, ma non delle esigenze imposte dall’esterno, come l’impossibilità di svolgere al meglio il proprio lavoro. Insomma, il nostro Paese non può correre il rischio di vedere fuggire i suoi “cervelli” e privarsi così delle sue risorse più preziose.

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