“Oggi partono anche i ‘talenti semplici’, quelli che mettono a disposizione le loro capacità intellettive e operative al servizio di qualunque paese che li valorizzi come persone e lavoratori. Quello che fa la differenza, dicono molti emigrati, è la meritocrazia: ciò che l’Italia non ha saputo dare loro.”. Essere valorizzati. È questo l’obiettivo di migliaia di giovani, precisamente secondo l’Istat sono 115 mila i cittadini italiani, che, fiduciosi in una prospettiva migliore sono emigrati all’estero.

Gli italiani sono sempre stati un popolo di migranti: la prima ingente ondata di partenze si registrò infatti all’inizio del secolo scorso, quando l’Americandream era più forte che mai, tanto da diventare una realtà e non solo un sogno per coloro che compirono viaggi transatlantici; una seconda consistente ondata migratoria ci fu negli anni ’30 in pieno regime fascista, mentre l’ultimo grande esodo è avvenuto negli anni cinquanta.

Non è quindi un fenomeno recente, ma ultimamente il nostro Paese sta risentendo di queste mancanze, necessitando di un radicale cambiamento realizzabile solo da un motivato gruppo di persone il cui obiettivo è scardinare quei principi conservatori che vincolano una completa apertura alla novità e al cambiamento. Tra i 5 milioni di italiani che vivono stabilmente all’estero vi sono infatti anche professionisti di alto profilo, quali ingegneri, medici, architetti, ricercatori, insegnati e altri, che sollecitati dall’idea di sbocchi lavorativi migliori, hanno cercato di cogliere l’opportunità privando l’Italia di menti eccellenti che certamente contribuirebbero a un migliore andamento della società.

A fronte di queste importanti perdite vi è chi ha difeso a spada tratta in nostro Paese affermando che tutto ciò sia solamente un’utopia e che il nostro status sia analogo a quello di altri Stati il cui welfare è solo una mera illusione, ma i dati dicono altro: secondo varie ricerche i livelli di retribuzione italiani sono più bassi rispetto a molti altri Paesi vicini: nel 2017 lo stipendio medio italiano era di duemila euro, perfettamente in linea con la media europea, mentre il Paese più prossimo con stipendi superiori è la Francia, con una retribuzione media di 2.300 euro; cifra simile troviamo anche nel Regno Unito, mentre i Paesi con gli stipendi più alti rimangono Danimarca (3.800) e Lussemburgo (3.200); Irlanda, Olanda, Finlandia e l’immancabile Germania registrano tutte stipendi medi intorno ai 2.700 euro (rapporto 2017 Adecco e Barceló & Associates, su dati Ine ed Eurostat). E i numeri peggiorano se si vanno a confrontare gli stipendi divisi per settore lavorativo: secondo l’Osservatorio di JobPricing, nel 2017 lo stipendio minimo dei vari CCNL di categoria (contratto collettivo nazionale di lavoro) non ha superato in media i 1.400 euro.  Cifre e opportunità sicuramente molto più allettanti per chi vuol mettersi in gioco e lavorare in un settore per cui ha studiato, deciso a contribuire per uno scopo comune, ma allo stesso tempo appagato di essere ripagato in modo adeguato.

Così come è bassa la fiducia nel cambiare questo sistema radicalizzato e immobile, così lo è nelle istituzioni e nella politica, percependo alcuna iniziativa pubblica impegnata nel migliorare le condizioni delle nuove generazioni e considerando la politica poco attenta a offrire spazi e opportunità per favorire l’inserimento attivo dei giovani nei processi di crescita sociale ed economica del Paese.

Di conseguenza la volontà dei giovani di migrare all’estero non è dettata da un’infondata convinzione che l’Italia sia un Paese alla deriva, ma dall’autentica prova che non è uno Stato in cui c’è posto per tutti, il cui fine ultimo si esaurisce nell’egoista tentativo di stabilire un’apparente equilibrio economico e sociale: indubbiamente alcuni riusciranno a trovare lavoro senza dover espatriare, ma i restanti non saranno capaci di trovare un impiego in cui possano esprimere i propri talenti e le proprie competenze, poichè impediti da questo sistema di lavoro ormai inadeguato. Indubbiamente l’Italia è un Paese pieno di risorse, ma la vera ricchezza non è la quantità di cose che si possiedono, ma la modalità in cui vengono impiegate. Secondo Joubert “ I giovani hanno più bisogno di esempi che di critiche”, non si punti allora il dito contro coloro che cercano di costruire il proprio futuro nel migliore dei modi, ma si dia loro ragione per restare qui e per mettere a disposizione le qualità che hanno da offrire, ognuno a modo proprio.

0
0 Commenti

Lascia un commento

CONTATTACI

Hai una domanda? inviaci una e-mail e ti risponderemo al più presto.

Il Quotidiano in Classe è un'idea di Osservatorio Permanente Giovani-Editori © 2012-2020 osservatorionline.it

Effettua il login

o    

Hai dimenticato i tuoi dati?

Crea Account