Il fenomeno migratorio italiano ha ridotto notevolmente fin dall’Ottocento, in misura diversa, tutte le comunità regionali del sud. Soprattutto negli anni ’50-’60, un flusso notevole di persone si trasferisce verso le città del centro-nord Italia, in particolare, verso le metropoli di Milano, Torino e Genova, ai vertici del cosiddetto “triangolo industriale”. Gravi condizioni di vita e di lavoro al sud spinsero gli uomini ad andare via da una terra che sembrava ostile.

Oggi, si assiste nuovamente ad un flusso intenso come quello di allora, che però spinge i giovani, anche laureati, verso paesi esteri dove riescono a trovare un posto migliore in cui vivere.

L’Italia, proprio per l’alto tasso di disoccupazione, è soggetta a tali trasferimenti, che sono, però, piuttosto negativi per l’economia del Paese. Se i nostri laureati se ne vanno all’estero per avere uno stipendio più alto, o solamente per avere più possibilità nel campo del lavoro, chi rimarrà in Italia?

Bisogna cercare di risolvere i problemi legati al cosiddetto welfare affinché i futuri dottori siano impiegati in strutture italiane e quelli che già si trovano all’estero rientrino in Italia a lavorare.

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