Inutile sottolinearlo: siamo circondati da tecnologie che monitorano i nostri movimenti e spostamenti, le nostre preferenze, le nostre abitudini, le nostre attitudini. Eppure ciò non sembra pesarci o forse, per disinformazione o semplice disinteressamento, non attribuiamo a tale fenomeno l’importanza dovuta. Son certa, tuttavia, che almeno una volta ci è balenata in testa la domanda: Google, ci spia? Il grande motore di ricerca utilizzato in tutto il mondo, infatti, possiede un’ingente risorsa di dati personali ceduti, in parte, dagli stessi utenti accettando le “Condizioni di privacy” che rendono la grande G partecipe della nostra vita. A dimostrazione di quanto appena detto, le notifiche di e-mail o messaggi che riceviamo le quali racchiudono, ad esempio, pubblicità di prodotti che potrebbero interessarci modellate sulle ricerche effettuate (permettiamo ciò accettando i cosiddetti “Cookie” che ogni sito web presenta) o un riassunto delle strade o delle vie percorse nell’arco di un determinato periodo di tempo in quanto sempre attiva sui nostri dispositivi, primi fra tutti i cellulari, la geo-localizzazione. In quanti altri modi vengono utilizzati i nostri dati e, soprattutto, quanto è sicura la manipolazione di questi?  Ogni nostro click lascia tracce e può avere conseguenze che non immaginiamo, oltretutto in quanto non ancora chiaro è chi abbia responsabilità della diffusione di informazioni che non dovrebbero essere diffuse, vere o false che siano. A ciò proposito, grande rumore è stato provocato da “Google Assistant”, recentemente sotto accusa da un’emittente televisiva e sito Web olandese che ha condiviso la notizia di un (presunto) sistematico spionaggio delle conversazioni audio degli utenti proprietari di smartphone Android e di smart speaker. A detta dei giornalisti, << I dipendenti di Google ascoltano sistematicamente i file audio registrati dagli smart speaker Google Home e dall’app per smartphone di Google Assistant >>; frase a effetto opportunamente smorzata spiegando che queste registrazioni vengono ascoltate per migliorare il motore di ricerca di Google. Il problema risiede nel fatto che giornalisti << hanno potuto ascoltare più di un migliaio di registrazioni >>, in parte attivate volontariamente dall’utente (cliccando sull’icona del microfono o pronunciando il comando “Hey Google”) e in parte fatte a loro insaputa. Per Google, però, non ci sarebbe nulla di tutto questo: senza fare esplicito riferimento alla vicenda, l’azienda ha addossato la colpa a un suo collaboratore alle traduzioni, che avrebbe violato una policy prevista dal suo ruolo; il collaboratore avrebbe così condiviso esternamente “dati audio confidenziali in olandese”. Quanto accaduto, tuttavia, dovrebbe stupirci sino ad un certo punto: finché continueremo ad accettare qualsiasi, o quasi, richiesta che i siti propongono, dobbiamo essere consapevoli di non avere la certezza di che fine faranno i nostri dati sensibili. L’unico modo per nasconderci dall’occhio curioso di Google è attraverso la rivalutazione del valore della nostra privacy come bene inestimabili da tenere al sicuro.  

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