Nella nostra società i diritti vengono sempre sbandierati come grandi conquiste ormai confermate, qualcosa da dare per scontato. Guai se in un ristorante non c’è il bagno diviso tra maschi e femmine. Eppure quando parliamo di privacy, il diritto più importante di tutti, nessuno apre bocca.

Si sente continuamente dire attenzione ad accettare qualunque cosa ci venga proposta dal nostro telefono, “non fate passare le vostre informazioni come password” o altre cose sui social e così via.

Eppure nessuno che dia ascolto.

O meglio, i giovanissimi, alle prese con i primi cellulari, sono così presi dalla novità che nemmeno si interessano di tutelare la loro privacy.

Chi si rende conto invece vorrebbe fare qualcosa, ma cosa?

Anche volendo non accettare un termine, anche non essendo d’accordo con molte cose, è possibile rifiutare?

Ovviamente no, perché se non si accetta non si può installare l’applicazione che può essere di fondamentale importanza. Per fare un esempio banale, Whatsapp ha termini e condizioni che richiedono praticamente l’accesso a tutto, eppure come ci si può opporre? Ormai queste app così diffuse servono a qualsiasi cosa, anche al lavoro e non si può prescindere dall’averle, pena l’esclusione da informazioni e da quel gruppo sociale che si viene a formare.

Quindi la domanda rimane sempre la stessa, se veramente ci importa di tutelare la nostra privacy, cosa possiamo fare?

Noi ben poco.

Possiamo solo non installare l’applicazione ed usare il telefono lo stretto indispensabile, cercando di lasciarlo a casa il più possibile per evitare di essere sempre spiati e spegnere la connessione nel tentativo di ostacolare l’immagazzinamento di nostre informazioni nel telefono.

Tutto questo è molto difficile, se non quasi impossibile, dal momento che oramai la vita di tutti passa attraverso il telefono. Ognuno deve essere reperibile in ogni momento. Sembra essere il motto di questa società: siamo sempre aperti, 24 ore su 24, come un open shop per i terzisti a cui vengono vendute le nostre informazioni.

Dal momento che noi possiamo fare solo poco per limitare il problema della privacy senza apportare un grave danno alla nostra libertà di comunicazione, a far valere la nostra richiesta, sacrosanta, di privacy dovrebbe pensarci chi è sopra di noi, se non organizzazioni internazionali, dal momento che questo è un problema che riguarda tutti.

L’Italia, ma la stessa Europa, dovrebbe provvedere ad arginare il super potere dei social, tassandoli, richiedendogli informazioni più brevi, con meno richieste di entrare nella nostra vita, con un linguaggio comprensibile non solo ai laureati in legge e, soprattutto, dovrebbe garantire il fatto che le nostre informazioni non vengano vendute a terzisti.

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