Si chiude una pagina dello Sport contemporaneo. Non solo per quanto riguarda l’NBA, Kobe ha segnato un’era dal punto di vista mediatico e sportivo, andando ad invadere confini che non possono riguardare solo il Basket.

È sorprendente la decisione che ha preso, e soprattutto il modo con cui l’ha comunicato. Sabato 28 Novembre, durante la partita tra Lakers e Portland, nel colloquio con il coach Byron Scott che gli comunicava che doveva ridurre i suoi minuti giocati nei due quarti rimasti, Kobe risponde così: “Va bene coach, non ti preoccupare. Tanto annuncerò che mi ritiro appena finita la partita”, lasciando attonito il suo allenatore sia per la risposta sia per il modo così tranquillo e sicuro con cui gli aveva dato la notizia.

Tutti descrivono il Black Mamba, soprannome che se lo scelse da solo e nessuno ha mai osato cambiare. Come un Black Mamba sul terreno di gioco era implacabile e trovava sempre la via per vincere, con una semplice frase: “Voglia di Vincere”. Ma la sua è una smania, dentro e fuori dal campo, anche quando non serve a nulla, quasi come un demoniaco desiderio di doversi prendere tutto e sempre. E’ anche per questo che la sua decisione lascia sbigottiti: in NBA primeggiare significa andare a bussare alla porta di quel mostro di MJ, l’uomo che ha portato a casa con i Bulls sei anelli. E allora come è possibile che Kobe, arrivato a quota cinque, abbia deciso di lasciare prima di toccare o addirittura superare quel traguardo?

Più volte, in tema di grandi campioni, si dice che il grande campione si contraddistingue anche per la capacità di vederci lungo, di capire quando arriva il suo momento, il momento giusto per sè stesso e le persone che gli sono più vicine. Kobe, volendo dare un ulteriore esempio che racconta come la sua straordinaria voglia di arrivare abbia da sempre contraddistinto la sua carriera, è uno dei pochi che ha fatto il grande salto nel basket che conta direttamente dall’high school, senza passare per l’università, entrando direttamente all’età di 18 anni nel draft del 1996, ed approdando ai Lakers dopo uno scambio con Charlotte Hornets, che lo aveva scelto come numero 13 assoluto. Potete immaginare il chilometraggio di Kobe sui parquet della massima serie cestistica americana, che dopo 20 anni è inevitabile che l’abbia usurato. Si parla quindi di consapevolezza nei propri mezzi e rispetto le sue condizioni fisiche, che continuando a giocare limiteranno progressivamente le sue prestazioni. E’ talmente toccante la lettera che Kobe scrive al basket, l’amore di una vita, che non posso non riproporla:

“Cara pallacanestro, dal momento in cui ho cominciato ad appallottolare i calzini di mio padre e tiravo per la vittoria nella mia immaginazione nel Great Western Forum sapevo per certo una sola cosa: mi ero innamorato di te.

Un amore così profondo che ti ho dato tutto; dalla mia mente e il mio corpo al mio spirito e la mia anima.

Come un bambino di sei anni, così innamorato di te, non avevo mai visto la fine del tunnel.

Ho solo visto me stesso correre fuori da uno di questi. E così ho corso. Ho corso da cima a fondo su ogni campo dopo ogni palla persa per te.

Mi hai chiesto fervore, ti ho dato il mio cuore perché tu mi hai dato molto di più. Ho giocato nella gioia e nel dolore non perché fosse la sfida a chiamarmi ma perché eri tu a chiamarmi.

Ho fatto di tutto per te perché è questo che fai quando qualcuno ti fa sentire così vivo come tu mi hai fatto sentire.

Hai dato a un bambino di sei anni il suo sogno di Laker e io ti amerò sempre per questo.

Ma non posso amarti ossessivamente ancora a lungo.

Questa stagione è tutto quello che ho ancora da dare.

Il mio cuore può reggere il colpo, la mia mente può sostenere il duro lavoro ma il mio corpo sa che è il momento di salutarci.

E va bene. Sono pronto a lasciarti andare.

Voglio che tu lo sappia adesso così che entrambi possiamo goderci ogni momento che abbiamo vissuto insieme.

Tutto quello che abbiamo.

Ed entrambi sappiamo che non importa cosà faro in seguito, sarò sempre quel bambino con i calzini appallottolati, il cestino nell’angolo.

5 secondi sul cronometro, palla nelle mie mani. 5…4…3…2…1

Ti amerò sempre, Kobe”

Il luogo dove l’elicottero è precipitato si chiama Calabasas, una parola degli indiani Chumash che significa “dove volano le oche selvagge”. Purtroppo Kobe non volerà più.

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