Scomparsa una leggenda che non verrà mai dimenticata. È questa la frase che dopo la morte di Kobe Bryant, uno dei più grandi cestisti di tutti i tempi, si sta diffondendo sulla bocca di molti. I tantissimi fans hanno voluto celebrare il campione e sua figlia attraverso numerosi post sui social network, lettere e veri e propri luoghi di ricordo sparsi per le maggiori città del mondo. Molti infatti hanno dato testimonianza della sua personalità e della loro immensa gratitudine: Kobe non è visto solo come una stella del basket ma anche come un vero e proprio idolo a cui ispirarsi per la sua tenacia, la sua determinazione, la sua generosità e il suo carattere sempre pacato ma allo stesso tempo vivace ed inarrestabile. Rappresentanti dell’NBA e di molte altre società sportive, compagni di squadra, vecchi conoscenti hanno espresso il loro dolore attraverso elogi di addio. Ma c’è stato anche chi, in un momento di generale commozione e di shock, ha riportato alla luce l’accusa di stupro di cui il cestista era stato imputato. Si tratta di una giornalista americana che poco più di un’ora dopo la morte di Bryant ha condiviso su Twitter un vecchio articolo in cui si ricordava il grave episodio che aveva coinvolto il campione nel 2003. L’atto provocatorio della giornalista ha causato svariate discussioni su come spesso ci si comporta quando si apprende la notizia della morte di qualcuno: molte volte infatti si dimostra finta compassione o si diventa un po’ ipocriti. Ma come ha scritto il giornalista Mike Lupica sul “New York Daily News”, il peggior momento della vita di Bryant non ha definito il resto della sua vita, poiché era fieramente determinato a scrivere una storia diversa nel secondo atto della sua vita pubblica e la riuscita di ciò è ben visibile dalle parole e dai visi commossi di chi l’ha conosciuto ma anche di chi grazie a lui ha appreso tanto della vita e del basket.

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