Il processo di delocalizzazione, iniziato negli anni passati e ancora in atto, ha colpito moltissimi lavoratori, che si sono trovati senza impiego da un giorno all’altro. Questo fenomeno non è stato certo contrastato dalla legge, infatti, l’art. 60 CDU (codice doganale dell’unione) rende legale che le merci alla cui produzione hanno contribuito due o più paesi o territori siano considerate originarie del luogo in cui hanno subito l’ultima trasformazione o lavorazione sostanzialmente ed economicamente giustificata. Grazie all’ausilio di questa legge moltissime griffe possono scrivere “ MADE IN ITALY ‘’ sui loro prodotti; nonostante una gran parte della manodopera sia stata fatta in un paese molto lontano dall’Italia. Proprio per questa ragione moltissimi sono i semilavorati esteri che giungono fra le mani degli operai italiani. Semilavorati, che come specificato in precedenza sono ad un punto molto avanzato della produzione, basti pensare ai capi di maglieria prodotti non in Italia, ma che hanno l’etichetta in discussione soltanto perché sono stati stirati, imballati o hanno subito l’apposizione del nome del marchio nel Bel Paese. L’esempio è identico anche per il settore calzaturiero, dove il semilavorato, è costituito da una tomaia non fissata alla suola, ambedue di origine cinese, sono montate in Italia. Completamente diverso è l’esito della discussione in riferimento ai prodotti “ 100% MADE IN ITALY’’, questi ultimi, infatti, hanno anche il semilavorato prodotto in Italia. Senza poi menzionare, il “ MADE IN ITALY’’ contraffatto, che costa all’Italia 10,5 miliardi di euro ogni anno, quest’ ultima categoria è composta da tutti quei beni  che professano di appartenere alla categoria di prodotti prima citati, ma che in realtà di italiano hanno ben poco, e purtroppo ce ne sono di moltissimi in commercio, soprattutto all’estero. Inoltre la situazione sembrerebbe essere destinata ad evolversi negativamente a seguito dell’uscita dell’Inghilterra dall’Europa.

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