Per quanto possa avvenire in modo strano e originale la vendita di prodotti, soprattutto di origine alimentare, deve essere effettuata rispettando le norme internazionali e ogni forma di contraffazione va severamente punita.                                  Quando si parla di falsificazione si pensa subito al settore della moda e alle scarpe o alle borse che vengono vendute agli angoli delle città da finti ambulanti, pronti a scappare quando vedono arrivare le forze dell’ordine. In realtà ci sono forme di contraffazione che possono essere ancora più diffuse e pericolose perché riguardano cibi e bevande, quindi vanno a toccare due aspetti importanti: la salute dei consumatori e l’attività dei produttori. Si tratta di un fenomeno preoccupante, innanzitutto perché spesso gli alimenti vengono modificati con l’aggiunta di prodotti non commestibili e in secondo luogo perché su di essi vengono applicate delle etichette che richiamano i nomi dei prodotti italiani, ma che in realtà non hanno avuto origine nel nostro paese. I consumatori attraverso questi falsi nomi sono spinti a pagare cari dei prodotti contraffatti e i produttori dei cibi originali subiscono un danno economico. Non tutte le forme di vendita originale devono però essere criticate, alcune andrebbero incentivate. In Giappone, negli anni Settanta, un gruppo di donne che desideravano cibo non contaminato hanno creato un’associazione per distribuire prodotti agrari dalle campagne alle città circostanti. Questo movimento prese il nome di Teikei, una parola giapponese che significa “il cibo che porta la faccia dell’agricoltore”. Per certi aspetti questo ricorda il nostro “coglitelo da solo” che consiste nel partecipare alla raccolta di frutta direttamente dall’albero, con la possibilità di pagarla ad un prezzo inferiore rispetto al quello del supermercato. Pensiamo un po’ se la stessa cosa potesse essere realizzata con dei prodotti alimentari più complessi, come la pasta fresca all’uovo o la raccolta, la spremitura e l’imbottigliamento dell’olio. Sarebbe educativo e salutare,sia per noi italiani che per i turisti stranieri, e il produttore non subirebbe alcun danno economico. Al contrario potrebbe farsi pubblicità gratuita. Si potrebbero organizzare dei corsi di cucina con successiva consumazione del pasto e così partendo dalla materia prima di qualità e di origine controllata, pagata al giusto prezzo, arrivare ad un bella lasagna da gustare in compagnia. Chi non ne sarebbe felice?

Valentino Taccaliti

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