In Italia nel 2019 ci sono state 371 mila diagnosi di tumore, 3600 persone malate di SLA e un milione di individui sono malati o di demenza o di Alzheimer, per non parlare di tantissime altre malattie come la fibrosi cistica o di quelle rare. Alla gran parte di queste persone, per essere precisi, a tutti quelli affetti da Alzheimer o demenza, a tutti quelli malati di SLA e tantissimi altri, i medici ogni giorno dicono loro che non c’è una cura, ma solo una diagnosi. Michele Sciacca del Cnr di Catania studia i meccanismi molecolari dell’Alzheimer, prende 660 euro al mese e come se non bastasse è anche precario. La sua situazione è la stessa che vivono il 40 per cento dei ricercatori del Cnr, questo accade anche perché l’Italia è il dodicesimo paese in Europa per investimento nella ricerca e nello sviluppo in relazione al Pil. Il Bel Paese spende tre quarti in meno della Germania e la metà della Francia, unico spiraglio di luce nel tunnel sembra essere rappresentato dai privati, che differentemente dai governi, investono e anche molto nella ricerca, soprattutto quella universitaria. Giunti a questo punto sorge spontanea una domanda: “Perché gli altri paesi europei, come la Spagna ad esempio, che ha un Pil decisamente più simile a quello italiano, rispetto alle altre due nazioni prima citate, investe di più nella ricerca e riesce ad acquisire una parte cospicua dei fondi europei?’’

Dare una risposta è più difficile di quanto si possa pensare, si può partire intanto dicendo che una fetta importante dei 100 miliardi di euro che annualmente non entrano nelle casse dello stato per via degli evasori fiscali farebbero assai comodo, soprattutto in questi tempi di coronavirus. Di grande aiuto sarebbe anche uno snellimento di tutta la burocrazia che precede l’inizio di uno studio, snellimento che non richiede nessuna grossa somma di denaro. Poi, un’altra cosa, forse una buona parte dei pochi miliardi che lo stato ogni anno da alla ricerca non saranno serviti a trovare una cura oggi, neanche domani , fra cinque o dieci anni, però io spero vivamente che fra quindici anni ci sia un ricercatore che trovi una cura per queste malattie e io non voglio, come tutti gli italiani, che questa sia un’utopia; perché finanziare la ricerca non è una possibilità su cui dibattere, ma una cosa da iniziare a fare da adesso, da subito, perché è giusto e basta.

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