Una domanda semplice, una risposta difficile: quale immagine accosteresti alla situazione del COVID-19 in cui stiamo vivendo da ormai due mesi? Personalmente mi trovo in difficoltà in quanto ho così tante “fotografie mentali”, prese dai siti online, dal telegiornale e dai quotidiani, che riescono a descrivere, meglio di ogni altro mezzo, ciascun aspetto di ciò che sta accadendo. Da quello più straziante, che ci ha fatto perdere fiducia per un attimo, dei camion militari che trasportano le bare fuori dal comune di Bergamo perché non c’è più spazio nemmeno per la cremazione e di Hart Island, a New York, dove oramai il suolo è costituito da casse di legno con i corpi dei più sfortunati. Ma i ritratti dei medici e degli infermieri, quelli sì che mi hanno fatto ragionare sul fatto che ogni singola persona stia lottando per sé stessa ma molto di più per tutto il mondo in crisi: volti segnati dallo sfinimento, dalla paura, dallo sconforto, ma anche dalle mascherine e dagli occhiali di protezione. In aggiunta, le foto dei pompieri, che hanno lasciato il compito di sacrificarsi per la propria città ai medici, salutano ed applaudono questi ultimi a Manhattan. Ce ne sono stati tanti di applausi, gesto di gratitudine per tutto lo sforzo a cui si sottopongono ogni giorno i nostri “angeli” rischiando la propria vita a lavoro per salvare la nostra: come quello del presidente Sassoli nel Parlamento dell’UE e quello delle forze civili sul ponte Westminster a Londra.

Quindi, per me, quello del coronavirus è uno scenario caratterizzato da tante immagini che ricollegano non solo alla paura, alla dispersione, ma anche alla solidarietà comune, all’unione oltre ogni confine e alla speranza.

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