Quanto è comodo e per quanti di noi è diventata ormai un’abitudine, ordinare da mangiare a domicilio ed aspettare che il cibo richiesto arrivi finendo magari un lavoro lasciato in sospeso o semplicemente rilassandosi. Questo semplice lusso è diventato però essenziale durante il 2020, con l’esplosione del virus COVID-19, e soprattutto durante il periodo di lockdown tra marzo e maggio. Infatti è stato grazie alla “consegna a domicilio” che, durante il periodo di chiusura, è stato possibile, per molti di noi, acquistare semplici cose, come può essere ad esempio una pizza, ma anche beni di prima necessità, come medicinali o la spesa, senza dover recarsi alle farmacie o ai supermercati, evitando di creare assembramenti e diminuendo perciò il rischio di contagio. Inoltre la consegna a casa non si è rivelata fondamentale soltanto per noi, ma anche per tutti i ristoranti, pub e pizzerie che durante il lockdown non hanno potuto far mangiare nessuno dentro propri locali, e che quindi hanno trovato in questo mezzo l’unico modo di sopravvivere alla chiusura. Detto questo, possiamo dunque affermare che la consegna a domicilio ha ricoperto e ricoprirà ancora un ruolo di primaria importanza per la nostra società.

Ma cosa c’è alla base di tutto questo sistema?

Alla base di ciò ci sono i cosiddetti “riders”, ovvero i fattorini delle consegne. Questo lavoro è in realtà di formazione abbastanza recente, con l’arrivo in Italia delle grandi app di consegne come Just eat, Deliveroo, Glovo e tante altre. Ed essendo un lavoro nuovo, mancano ancora delle leggi specifiche che tutelino questo tipo di lavoratori. Negli anni precedenti infatti, fino ad oggi, non sono mancate numerose proteste da parte dei riders per il riconoscimento e per la tutela del proprio lavoro. Si è parlato in passato di vero è proprio sfruttamento da parte delle multinazionali, che pagavano i fattorini appena qualche euro o centesimo a consegna, senza nemmeno offrirgli i mezzi che rendevano possibile praticare il loro lavoro in sicurezza. Adesso, dopo alcuni anni, le compagnie di consegne hanno l’obbligo di fornire ai riders i DPI (dispositivi di sicurezza individuale), ovvero il casco, il giubbetto catarifrangente, le luci e le ginocchiere. In questi dispositivi tuttavia, non erano compresi fino a pochissimo tempo fa, quelli di protezione contro il COVID-19, come la mascherina, il gel disinfettante e i guanti e perciò in questo periodo i fattorini sono stati costretti a pagare di tasca propria i mezzi per eseguire il loro lavoro in sicurezza. Adesso, dopo la denuncia da parte di alcuni lavoratori ai tribunali di Firenze, Roma e Bologna, le compagnie stanno provvedendo fornirgli anche questi strumenti, nonostante la loro distribuzione non sia ancora omogenea.

Altro grande problema riguardante questi lavoratori, è quello legato al contratto di lavoro e al riconoscimento delle tutele lavorative che questo comporta. I riders infatti, chiedono, essendo, nella maggioranza dei casi, questo un lavoro subordinato, anche il diritto a tutele come il congedo di maternità e paternità, le ferie pagate e i giorni di malattia, che sono obbligatorie per legge. Inoltre, tramite alcuni sindacati come il Deliverance Milano, richiedono l’abolizione del pagamento a cottimo e il diritto a un compenso orario minimo.

Una lotta questa che dovrebbe servire per migliorare sensibilmente la condizione lavorativa di queste persone, il quale servizio è oggettivamente utile per la nostra società e come tale, deve essere riconosciuto dei propri diritti, decretati pertanto dalla nostra stessa legge.

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