Clarice Benini, vissuta nel 1900, è stata una famosa scacchista italiana, che per ben due volte ha ottenuto risultati eclatanti a tornei internazionali, tenuti rispettivamente a Mosca e ad Abbazia, fino a ricevere dalla FIDE il titolo di Maestro internazionale femminile. La Benini non solo viene considerata la “regina” degli scacchi, ma è divenuta soprattutto modello ed esempio nella lotta al “gender gap”, per l’uguaglianza di genere nello sport, obiettivo che tuttavia ha presentato nel corso della storia molti ostacoli. Come la Benini, numerose donne hanno cercato di superare le continue difficoltà dovute al loro sesso. Tra le tante atlete ricordiamo, ad esempio, Nadia Comaneci, campionessa olimpionica di ginnastica ritmica a soli 16 anni, Krisztina Egerszegi, nuotatrice che vince cinque ori alle Olimpiadi, Lindsey Vonn, distintasi nello scii, e ancora Emma Bosco, giovanissima tennista. Queste e molte altre donne hanno tentato di abbattere barriere che tuttavia persistono ancora oggi. A causa del loro genere, spesso vengono giudicate non in base ai loro risultati atletici, quanto all’aspetto fisico, alla vita privata e purtroppo anche all’orientamento sessuale, la pratica di sport tradizionalmente maschili. Inoltre la donna, in questi casi, non incarna più il principio femminile di grazia ed eleganza, ma viene esposta a critiche proprio perché queste attività nascono con l’intento di esaltare la virilità e la forza maschile. E, nonostante i passi avanti e le pari opportunità nella partecipazione alle Gare Olimpiche, la copertura mediatica delle gare femminili è ancora insufficiente, come se esse fossero meno interessanti per il pubblico: le performance delle donne sono ritenute forse meno appassionanti e più lente, e per questo lo spazio che viene dedicato alle atlete è relativamente poco. La strada per l’emancipazione sembra essere ancora lunga.

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