Il Corona Virus è entrato improvvisamente nelle nostre vite. Così, inesorabilmente sono cambiate le abitudini della vita quotidiana, la struttura delle relazioni, le regole sociali. 

Nel giro di pochi mesi, i progetti di vita personale, la sicurezza sul lavoro e la possibilità di fruire di cure mediche, insomma quelle che potevano dirsi certezze hanno visto sfumare i loro contorni fino a rappresentare dei sogni sempre più difficili da realizzare. Persino sposarsi e mettere al mondo un figlio oggi, nel 2020, è un desiderio inconcepibile.  

Il 2020 ci ha visto vivere sotto l’egida delle restrizioni, dall’obbligo della mascherina al divieto di spostamento. E, intanto, la corsa al carrello pieno nei supermercati! 

I grandi paradossi del 2020 ci hanno portato a riflettere sul domani e a modificare abitudini consolidate; la paura ha coinvolto, anche se con intensità diversa, gli individui di tutte le fasce di età, principalmente quelli che conducono una vita frenetica dal punto di vista lavorativo e sociale.

Lo stesso sgomento è evocato dallo storico De Luna (intervista pubblicata sul Quotidiano.net), secondo il quale “la pandemia, come i terremoti e le guerre, fa emergere la parte più ancestrale degli uomini, inermi di fronte alla paura”.

Il Corona Virus sembra avere agito come una livella: ha, infatti, colpito indistintamente ricchi e poveri. A tale riguardo, c’è da fare tuttavia, e purtroppo, una distinzione: dal punto di vista “umano”, la pandemia ha posto tutti sullo stesso piano, ma così non è stato per quanto riguarda l’accesso alle cure e l’attuazione dei piani di emergenza; i Paesi ricchi, infatti, hanno sostenuto con ingenti somme di denaro (si pensi ai Piani per la ripresa economica, o ai Recovery Fund che dir si voglia) il comparto sanitario e le classi sociali più colpite dalla crisi economica; nel Sud del mondo (ad es. in Brasile), invece, la popolazione ha perso la sua battaglia contro il Virus, ancor prima di poter accedere a cure mediche efficaci.

Il gap creatosi ci pone sicuramente di fronte ad interrogativi, a cui è arduo rispondere. Pensiamo al nostro Paese. Andrà tutto bene?

Lo spirito di solidarietà e di speranza, manifestatosi con l’ormai famoso motto “Andrà tutto bene”, ha lasciato il posto a sentimenti di angoscia e rabbia verso quella che è diventata oramai una pseudo-democrazia, in quanto non più garante delle dovute opportunità per l’esercizio dei nostri diritti di cittadinanza, sanciti a livello costituzionale (ad es. il Diritto alla salute).

Peraltro, la metafora ideata dal Censis, relativa al “sistema-Italia” come “ruota quadrata che non gira, che avanza a fatica […] tra pesanti tonfi e tentennamenti […] sotto i colpi dell’epidemia”, non sembra lasciarci dubbi sull’esito negativo della crisi che stiamo vivendo. 

E intanto il film “Contagio” (2011) ha sempre più il sapore della profezia….

Ma dobbiamo davvero smettere di sperare? Pensare forse di “lasciare ogni speranza” sulla soglia dell’inferno della Terra? Certo che no! 

Le debolezze dovrebbero risanarsi, fino a diventare forze in grado di restituirci punti di riferimento più efficaci, dalla politica all’accesso alle cure. 

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