L’incubo del Revenge Porn sembra non avere fine: proprio in questi mesi si è svolto il processo per quanto riguarda la denuncia di una giovane maestra d’asilo, vittima di una drammatica vicenda, ovvero la diffusione di foto e video intimi da parte dell’ex fidanzato. Ma la vergogna pubblica non bastava, la vita privata della donna doveva finire anche nelle chat delle madri dei suoi allievi, che per malignità e pregiudizio, hanno fatto pervenire i contenuti alla direttrice dell’asilo. A quanto pare la solidarietà femminile vale per pochi: dopo aver provveduto al licenziamento, la direttrice avrebbe anche sottoposto la sua dipendente a una gogna pubblica. Purtroppo questo è uno dei tanti casi, spesso non denunciati, di donne che hanno subitoquesta forma di ricatto, che si pone come unico obiettivo ledere la dignità e la reputazione della vittima e comprometterne la carriera e i rapporti sociali. Eppurequesto fenomeno continua a verificarsi senza controllo ormai da anni, e spesso la reazione è il silenzio: in particolare i giovani temono i giudizi altrui, preferiscono tacere, venire persino minacciati piuttosto di esporsi pubblicamente. In Italia viene considerato reato, secondo la legge entrata in vigore l’anno scorso con il titolo di “Codice Rosso”, e punito con la reclusione e una doverosa multa. Tuttavia l’inasprimento della pena non basta a sensibilizzare questo argomento: la donna non è vittima una sola volta, ma tante volte quanto le immagini divulgate sono state visualizzate, e dunque quanto il linciaggio mediatico sortisce effetto.

Viviamo in una società ancora troppo attaccata a giudizi morali sessisti, dove la vittima diventa colpevole, per non aver saputo tutelare la propria privacy. Dovremmo imparare a rispettare le differenze, abituarci alla prevenzione di genere e eliminare ogni forma di discriminazione.

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